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in direzione ostinata e contraria

La direzione in cui, col il bastone e la carota, il governo centrale spinge i governi regionali e le autonomie locali in materia anche di servizio idrico integrato è quella della concentrazione della gestione dei servizi in dimensioni sempre più ampie che, se penalizzano le specificità dei singoli territori ed allontanano il controllo ed il governo di un servizio indispensabile alla vita dai medesimi territori, dagli enti locali di prossimità che li rappresentano e, ovviamente, dai cittadini, in compenso sono perfettamente funzionali alla gestione economica e finanziaria delle grandi multiutility in primis dell’ACEA S.p.A., ovvero della più grande multiutility italiana, nonché dodicesima multinazionale dell’acqua al mondo.

L’affare dell’acqua è e resta al centro delle strategie volte a consolidare ed accrescere i profitti di questo colosso che non a caso continua la propria espansione anche nei settori dello smaltimento dei rifiuti e dell’energia.

Queste strategie, come apertamente annunciato da ACEA S.p.A., si concretizzano nell’obiettivo di giungere alla costituzione di un gestore unico per l’Italia centrale che assorba al suo interno le gestioni degli attuali ATO della Toscana (tutti meno uno in mano a controllate ACEA), dell’Umbria (entrambi gli ATO sono già controllati da ACEA), del Lazio (Roma e Frosinone già in mano ad ACEA e con Viterbo e Rieti su cui conta di mettere le mani) e con l’aggiunta della Gori S.p.A., una controllata ACEA che gestisce il servizio dell’ATO Sarno-Vesuviano della Campania.

Le strategie di ACEA S.p.A. trovano sponda nei provvedimenti che i diversi governi, succedutisi dopo il risultato referendario del 2011 hanno emanato nella medesima direzione.

Senza volere qui fare una noiosa ricostruzione dei riferimenti legislativi facciamo chiarezza sugli effetti ai fini pratici che i diversi provvedimenti hanno determinato.

Gli ATO, quelli nati con la legge Galli e costituiti nel Lazio tra il 1996 e 1997 dovevano decadere il 31 dicembre del 2012 e dovevano essere sostituiti, sulla base di nuove leggi emesse dalla singole regioni, da nuovi organismi previsti in queste nuove leggi.

La maggior parte delle regioni ha optato per la costituzione di un unico ambito regionale e nella costituzione di un’agenzia per il governo della gestione lasciando ai sindaci, ovvero ai rappresentanti dei cittadini, ancora meno voce in capitolo di quella che avevano nei vecchi ATO.

Successivamente a questa fase il governo centrale ha stabilito due semplice cose.

La prima è che all’interno di un singolo ambito la gestione non possa essere più “unitaria”, ovvero coordinata ma svolta da diversi soggetti, ma “unica”, ovvero che la gestione, per legge, deve essere effettuata da un unico gestore.

La seconda è che tutte le reti, i servizi, gli impianti di un Ambito devono essere consegnati al gestore che nell’ambito ha già almeno la gestione del 25% della rete.

In aggiunta, sempre il governo centrale ha stabilito che tutte le situazioni non conformi a questi ultimi dettami alla data del 30 giugno 2014, dovevano comunque adeguarsi provvedendo alla cessione degli impianti entro il 31 dicembre 2014, pena il commissariamento dell’ente e l’adozione del provvedimento da parte del commissario ad acta.

Nel caso del Lazio, se si fosse proceduto nella direzione della proposta informale fatta dall’assessore della giunta Polverini all’epoca in carica – che era appunto quella della costituzione di un unico ambito regionale con la relativa agenzia – l’effetto concreto sarebbe stato l'avere un unico ambito regionale la cui gestione sarebbe spettata di diritto ad ACEA S.p.A. già detentrice di ben più del 25% del servizio a livello regionale.

Anche nel caso in cui il Lazio non avesse legiferato, sempre per effetto delle disposizioni richiamate, dato che la previsione normativa non consente, successivamente a quella data, una ripartizione del territorio di dimensioni inferiori a quelle delle attuali province, il quadro dei gestori avrebbe consolidato le posizioni degli attuali gestori ed in particolare di ACEA su Roma e Frosinone e di Acqualatina su Latina.

E' in questo quadro che deve essere valutata – quantomeno con il senno di poi – la portata e la lungimiranza dell'iniziativa del Coordinamento Regionale per l'Acqua Pubblica del Lazio che, nel 2012, dinanzi al ritardo della regione e di fronte alle leggi regionali varate dalle altre regioni, tutte assolutamente distanti dalla volontà popolare espressa nei referendum del 2011, decideva di dare voce a quella volontà popolare andando alla predisposizione di una proposta di legge di iniziativa popolare, da presentare, a norma dell'articolo 62 dello statuto della regione Lazio, attraverso l'istituto del Referendum propositivo.

Questa proposta, fortemente orientata ad una gestione pubblica e partecipata, fondata su l'idea cardine che la suddivisione in ambiti del territorio regionale dovesse rispondere a criteri di corretto e rispettoso impiego della risorsa (dal ché la nuova denominazione di Ambiti di Bacino Idrografico), è approdata in regione con oltre 40.000 firme popolari e la formale presentazione di 39 comuni della regione che l'avevano adottata con voto consiliare a maggioranza qualificata dei due terzi.

Questa proposta è stata votata all'unanimità dal Consiglio Regionale del Lazio ed è divenuta la legge regionale 4 aprile 2014 n. 5, ovvero la prima ed unica legge di iniziativa popolare mai approvata in Italia.

La legge n. 5/2014 è una legge di principi e di indirizzo, una legge che per essere compiutamente adottata ha bisogno del varo delle norme tecniche e regolamentari previste nel suo articolato.

La legge n. 5/2014 è anche una legge fortemente dissonante rispetto agli indirizzi e agli obiettivi cui è orientata l'azione del governo nazionale, tanto dissonante da portare il governo ad impugnarla dinanzi alla Corte Costituzionale articolando ben tredici eccezioni.

La pretestuosità e l'inconsistenza delle eccezioni del governo sono parse praticamente subito evidenti e, sgomberato il campo dai fraintendimenti “malevoli” con banali aggiustamenti semantici, l'unica vera questione che sarebbe rimasta sul tavolo dello scontro, sarebbe stata il grado di autonomia che la legge regionale riconosceva al singolo comune nell'ambito di una gestione unitaria e che il governo non era disposto a sopportare.

Su questa questione il governo ha pensato bene di risolvere il conflitto cancellando lo stesso concetto di gestione unitaria per sostituirlo con l'inequivocabile gestore “unico”.

L'eccezione di incostituzionalità del governo è comunque servita a rallentare, o a giustificare il rallentamento dell'iter di applicazione della legge, tant'è che sono passati infruttuosamente i sei mesi in cui la regione avrebbe dovuto varate la legge di definizione e costituzione degli Ambiti di Bacino Idrografico.

Ma un effetto (e che effetto!) la legge regionale n. 5/2014 lo ha comunque prodotto.

Alla data ultima per dotare la regione della nuova normativa per la gestione del Servizio Idrico Integrato, ovvero al 30 giugno 2014, la regione Lazio si era dotata della propria legge, la 5/2014, appunto, e quindi era ed è nelle condizioni di poter evitare i “rigori” delle norme privatizzatrici e “pro-Acea” cui ho fatto cenno, sempre che provveda a rendere efficace la legge entro e non oltre il termine ultimo del 30 settembre 2015.

Questo doveva essere comunque detto e precisato per sgomberare il campo dai fumogeni che anche su questo sono stati sparati, purtroppo non solo da ACEA e dai suoi clientes ufficiali, ma anche da locali venditori di fumo che qui è là hanno tentato sin dall'inizio di ostacolare il percorso della legge.

Da un punto di vista tecnico, ai rallentamenti della giunta regionale (solo a settembre 2014 il coordinamento regionale aveva concordato con l'assessore Refrigeri la formazione di tre tavoli tecnici per gli studi preparatori della legge di costituzione degli Ambiti di Bacino Idrografico, ma detti tavoli non sono mai stati convocati) il Coordinamento Regionale ha risposto presentando in regione alla Pisana il 16 dicembre 2014 la proposta di suddivisione del territorio regionale in ABI sulla base dello studio prodotto dal suo gruppo tecnico e il 29 dicembre ha cpnsegnato nelle mani dello stesso assessore la propria bozza di legge con l'individuazione degli ABI e con la Convenzione di Cooperazione Tipo che ne fissa le modalità di governo.

L'Assessore Refrigeri ha rimandato l'approfondimento del punto all'esito dell'incontro chiarificatore che la regione deve avere con il Ministero dei rapporti con le regioni in ordine all'impugnativa della legge dinanzi alla corte costituzionale, confermando l'intenzione della giunta Zingaretti di tenere ferma l'impostazione data dalla legge 5/2014 compatibilmente alle mutazioni che intervengono nella legislazione interferente nazionale.

Allo stesso tempo il Coordinamento Regionale ha ripreso l'interlocuzione con i gruppi consiliari della regione per avere la necessaria attenzione del consiglio sulla questione e garantire – dinanzi ad eventuali ulteriori rallentamenti in giunta – l'avvio dell'iter di esame della proposta di legge per iniziativa consiliare.

Allo stesso tempo diviene necessario che sulla questione i cittadini e le amministrazioni locali, a cominciare da quelle che hanno consentito la presentazione della legge con l'istituto del referendum propositivo, si attivino producendo una grande spinta in grado di contrastare l'azione sotterranea dei grandi interessi minacciati dalla effettiva applicazione della legge 5/2014.

Ma alla ricostruzione dei fatti è necessario aggiungere la valutazione generale del senso e della portata di questa vicenda.

La legge regionale 4 aprile 2014 n. 5, per caso o per la lungimiranza di chi l'ha fatta vivere, assume in questo momento un valore ed un significato del tutto particolare nel quadro dell'evoluzione – sarebbe meglio parlare di involuzione – del governo e gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici, nonché nel ridisegno accentratore ed autoritario delle istituzioni e delle autonomie locali.

La costante erosione delle disponibilità economiche e di bilancio degli enti locali, la proliferazione dei paletti posti alla loro autonomia di spesa, l'incentivazione all'esternalizzazione dei servizi e, al contempo, l'introduzione di vincoli punitivi nei confronti di chi opta per la gestione pubblica, unitamente al ridisegno istituzionale delle autonomie locali con la trasformazione delle provincie in organi di nominati dalla casta, con l'accorpamento dei comuni, con il trasferimento della governance dei servizi a quelle unioni dei comuni, anch'esse organi di nominati dalla casta, indicano un percorso inequivocabile: le istituzioni democratiche, a partire dagli enti di prossimità, quali sono i Comuni, sono destinate a divenire delle mere stazioni appaltanti chiamate ad affidare la gestione dei servizi alle società private che, nella normale logica del mercato, ottimizzano la produttività, ovvero ottimizzano i profitti in maniera direttamente proporzionale alle dimensioni univoche ed unitarie del servizio che sono chiamate a fornire.

In sostanza, i servizi, da diritti dei cittadini - che lo Stato si assume l'onere di garantire, certo con criteri di efficienza e di economicità, ma con l'obiettivo di massimizzare l'efficacia del loro godimento da parte degli stessi cittadini - sono ridotti a bisogni, la cui soddisfazione è affidata e subordinata ai rapporti contrattuali di natura privatistica con il gestore privato, il cui scopo statutario è il conseguimento del profitto, cui è stato concessa la gestione del servizio in regime di monopolio.

Questo è il disegno inequivocabile del “combinato disposto” degli interventi del governo Renzi

E questo disegno trova sulla sua strada un'unica situazione dissonante, un unico caso in Italia che quel “combinato disposto” non riesce a scardinare e vanificare.

Questo caso singolare è il governo della gestione del servizio idrico nel Lazio.

Questa situazione è determinata dall'approvazione della legge 4 aprile 2014 n. 5-

In luogo delle strategie di accumulazione, proprie delle grandi società di capitali e volte alla massimizzazione dei profitti, la legge 5/2014 pone al centro l'acqua, la sua tutela, il suo utilizzo razionale e solidale.

E', partendo da questo, non concepisce la delimitazione degli ambiti in base a criteri politici o amministrativi e, tanto meno, in funzione dell'accrescere un margine di profitto che la volontà popolare ha chiaramente eliminato col referendum del 2011.

Ma determina gli ambiti sulla base del complesso degli elementi che consentono un utilizzo consapevole, razionale, economico e compatibile della risorsa.

Ma, ancora, la legge 5/2014 ribalta la logica in cui si muove il “combinato disposto” dell'azione del governo, disegnando una governance, nuova ed originale, che assume il concreto e praticabile esempio di una modalità alternativa, democratica e partecipata di governo della cosa pubblica, di organizzazione delle autonomie locali al fine di garantire, attraverso il governo dei servizi pubblici, il godimento di diritti fondamentali.

La legge 5/2014 riporta il luogo delle decisioni all'interno dei consigli comunali, aperti ad una partecipazione dei cittadini che non si limiti all'espressione dei “desiderata” ed alla rappresentazione delle lamentele, ma che si eserciti a 360 gradi, dalla programmazione, alla gestione, al controllo del servizio.

Il “combinato disposto” dell'azione del governo Renzi non è riuscito, almeno sino ad ora, a manomettere l'impianto e la struttura della legge 5/2014.

E la legge 5/2014 della regione Lazio costituisce, se non l'unico, certamente il più avanzato presidio a difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, indicando, concretamente, ora e qui, un cammino ostinato e contrario alla via delle privatizzazioni ed alla mercificazione dei diritti dei cittadini.

 

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