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L’AGENZIA DEL JOB ACT

La canea, che s’ è scatenata dopo l’informale pubblicazione della bozza di decreto legislativo di costituzione dell’Agenzia unica dell’ispezione del lavoro (con i sindacati confederali che nulla hanno detto e fatto quando la materia è stata introdotta nella delega del job act, ed ora alzano gli scudi più in vista delle elezioni del rinnovo delle rsu che per altro), risuona come un coro di latrati miopi che, invece di rivolgerli alla luna, abbaiano al dito che la indica.

L’agenzia di per sé è uno strumento, per sua natura neutro.

Il segno e la direzione della sua costituzione non sono dati dallo strumento in sé, ma dal quadro in cui si inscrive questa costituzione e nelle modalità in cui lo strumento viene declinato.

Se si parte da questo assunto, sia i “desiderata” di chi assume l’agenzia come panacea calata dall’empireo platonico a cura di ogni male, sia chi fa appello al ventre di coloro che temono di vedere ridotto il proprio patrimonio economico/normativo (e sullo specifico va rilevato che il decreto ministeriale di incentivazione dell’ispezione del lavoro varato a dicembre del 2014 fa sì che gli ispettori del lavoro del ministero del lavoro potrebbero forse portare in dote all’agenzia molte più risorse di quelle legate ai benefit degli ispettori INPS), rischiano di ridurre la questione allo starnazzare dei capponi di Renzo destinati a finire sulla tavola dell’azzeccagarbugli Renzi.

Mentre il decreto di costituzione dell’agenzia è in elaborazione, il governo, sordo anche alle timide proposte di modifica avanzate dalle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, ha emanato il decreto legislativo che introduce il cosiddetto contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Cosa c’entra questo con l’Agenzia unica dell’ispezione del lavoro?

Tutto.

Questo decreto non solo liberalizza, dietro un ridicolo risarcimento, i licenziamenti arbitrari ed ingiustificati - rendendo gentile concessione dei datori di lavoro il godimento di ogni diritto formalmente in capo al lavorare che, se lo reclama, rischia di essere licenziato - ma cancella definitivamente la nozione stessa del diritto del lavoro come individuata dalla dottrina giuslavoristica.

Anzi, da oggi il rapporto di lavoro assume nella dottrina un segno ed un valore opposto.

Con la generalizzazione del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, infatti, il contratto di lavoro diviene l’unico contratto dell’intero ordinamento giuridico italiano in cui un contraente inadempiente non possa essere obbligato dal giudice al risarcimento integrale del danno procurato all’altro contraente.

Non solo il giudice non potrà imporre al datore di lavoro che viene meno ai propri obblighi contrattuali, licenziando in maniera ingiustificata il lavoratore, il risarcimento reale attraverso il ripristino dei termini contrattuali e quindi il reintegro sul lavoro, ma non potrà neanche determinare la piena monetizzazione del danno subito dal lavoratore per l’ingiustificata ed illegittima violazione degli obblighi contrattuali di cui si sarà reso responsabile il datore di lavoro.

In sostanza con il nuovo diritto del lavoro in salsa Renzi la parte che la legge tutela nel contratto di lavoro non sarà più la parte debole, il lavoratore, ma il datore di lavoro.

In questa logica tutto il complesso della legislazione sociale, di quelle norme, cioè, che l’ordinamento ha posto a tutela – anche con la nozione di “diritti indisponibili” – della parte debole del contratto di lavoro, i lavoratori, diviene un orpello del passato, un cascame obsoleto da superare nella modernità rampante di questo nuovo che avanza.

In questo disegno – che è complessivo – quale è il destino dell’ispezione del lavoro, a prescindere dallo strumento che viene adottato, nelle intenzioni del governo?

La bozza del decreto in circolazione da questo punto di vista è assolutamente coerente.

Con la cancellazione delle DTL e DIL la legislazione sociale ed il diritto del lavoro cessano anche fisicamente di essere presidiati sul territorio dallo Stato.

L’Agenzia è concepita secondo un modello ad albero rovesciato in cui il flusso degli input è unidirezionale dall’alto verso il basso (banalmente, nella bozza di decreto, che fine farebbero le richieste di intervento, le informazioni a lavoratori e datori lavoro, le valutazioni in ordine alle specificità economico/sociali di uno specifico territorio, distretto?)

La bozza teorizza come il singolo ispettore non debba essere dotato neanche di una postazione lavorativa … dovendo recarsi nella sede una sola volta a settimana per scaricare le pratiche. In sostanza l’ispettore è visto come un mero esecutore di ordini e direttive, evidentemente impartiti per via telematica, volti a conseguire risultati ed obiettivi assunti e decisi altrove ed a prescindere dal contesto sociale ed economico in cui l’ispettore va ad intervenire.

Inserendo questa bozza di Agenzia nel complesso del job act, appare drammaticamente chiaro come l’ispezione del lavoro nelle logiche renziane deve continuare a ridursi, da una parte, nella esazione di contributi e premi per governare la spesa previdenziale del sistema e, dall’altra, nella pura e semplice repressione del lavoro nero divenuto, col nuovo “diritto del lavoro”, economicamente ingiustificabile sulla falsa riga del ragionamento che era già contenuto nel Libro Bianco di Biagi.

In sostanza l’Agenzia è concepita come naturale conclusione alle politiche che avevano portato alla ottusa rigidità del sistema sanzionatorio in materia di lavoro nero ed alle ispezioni brevi.

E’ peraltro evidente come l’operazione venga costruita sulla pelle di tutto il personale comunque coinvolto, ma se non si ha la capacità di capire quel che avviene ad un palmo dal proprio naso, è velleitario e disperante l’ ”ognuno pensi per se”.

 

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