fantascenza 1

the hangman of alabama's state

Jhonny si sgranchì le articolazioni sbadigliando placido e soddisfatto.

La mattina si presentava piacevole: Blenda era appena uscita distrutta e soddisfatta d’una notte brava di sesso e cocaina e la tasca dei pantaloni era rigonfia dei verdoni scuciti ai suoi vecchi.

Indolente come un giovane maschio adulto scimpanzé, saccheggiò il frigo disseminando incarti e lattine vuote. Un sonoro rutto suggellò – come piscio sui copertoni di un’auto – il suo dominio su quel territorio.

Una partita alla sala biliardi giù, in fondo alla 73^, avrebbe soddisfatto quanto ora si aspettava dalla vita, non che Jhonny si curasse di programmi a più lunga scadenza.

Fu in fondo alla rampa successiva delle sudice scale che notò l’uomo: un tipo anonimo sulla quarantina, ventre pingue, completo grigio, occhiali scuri, fare placido da assicuratore.

Jhonny lo sfiorò appena incrociandolo.

- Jhonny Bush.

La voce tranquilla e ferma lo bloccò. Si girò interdetto: l’omino lo fissava da dietro una monumentale colt magnum 75 parabellum senza rinculo comparsa come per magia nelle sue mani.

- Lo Stato dell’Alabama ti condanna a morte per l’uccisione di Arthur Bell, avvenuta oggi alle ore undici e trenta presso il locale Poolstar della 73^ strada.

Il micidiale proiettile esplosivo lo raggiunse al cuore prima che si riprendesse dallo stupore e lo scaraventò giù nel pianerottolo sottostante contro il graffito di un enorme fallo in una fontana di sangue.

Morì di lì a qualche secondo chiedendosi chi cazzo fosse questo Arthur Bell.

L’omino si avvicinò, s’assicurò con la punta della scarpa che Jhonny fosse morto e gli lasciò cadere sopra il plico plastificato con i moduli ufficiali.

Lentamente discese giù per le scale mentre i primi curiosi s’affacciavano alle porte degli appartamenti.

Giunto in strada guardò in alto, come ad assaporare la buona aria di quella giornata primaverile e s’avviò.

Prima di giungere alla fine dell’isolato svanì nel nulla.

 

La consueta nausea l’avvertì che era sul solito lettino del reparto di ricondizionamento temporale annesso alla clinica legale della contea.

S’impose di non aprire gli occhi, evidentemente era tornato da una delle sue spedizioni di servizio.

- Ben tornato signor Hale – la ben nota voce di Annie, l’efficiente infermiera del reparto, fece breccia nelle sue difese.

Grugnì un inarticolato suono di risposta.

- La dottoressa Carter è a sua disposizione.

Una smorfia sardonica gli disegnò il viso paffuto in risposta agli eufemismi diplomatici della donna, poi, sospirando, s’impose d’alzarsi.

In piedi ebbe come un attimo di mancamento ed Annie fu lesta ad iniettargli nel braccio una dose di Tensioril.

- Le sue amorevoli cure mi commuovono – disse con voce impastata, mentre le pareti vividamente illuminate non accennavano a fermarsi – e un giorno o l’altro mi vedrò costretto a farle una proposta indecente.

La reazione di Annie fu di ruvida, divertita insofferenza:

- Riservi le sue galanterie per la dottoressa, signor Hale.

Suo malgrado con un brivido, fissò lo sguardo oltre la candida porta che l’infermiera aveva indicato con un gesto del capo, nell’irrazionale tentativo di vedere la cronopsicologa, quindi, raccogliendo le forze con una grande inspirazione, s’avvio.

La giovane dottoressa, dagli antiquati occhiali che conferivano attendibilità ad un viso troppo carino, l’accolse col suo sorriso efficiente:

- Bene, signor Hale, sono contenta di vederla in buona forma.

- Chi era ‘sta volta? – chiese l’uomo lasciandosi cadere sulla sedia all’altro lato della scrivania.

- Jhonny Bush – rispose gli occhi negli occhi, ora imprescrutabile la donna – ventisette anni, di razza nera – Vaghe forme balenarono nella mente dell’uomo – Aveva ucciso un certo Arthur Bell, quarantadue anni, di razza bianca, durante una rissa in una sala biliardi – Il graffito d’un enorme fallo picchettato e striato di rosso balenò per un istante nella sua mente – le dice niente?

L’uomo scrollò le spalle. La donna continuò.

- La missione ha avuto pieno successo – estrasse da una cartella dei documenti porgendoli all’uomo – Come può vedere l’assassino è stato giustiziato alle ore 10.30 del 27 marzo, un’ora cioè prima del delitto, mentre il signor Bell è tuttora ricoverato nel reparto di terapia intensiva: la ferita temporale produce ancora violente perturbazioni, ma le sue condizioni non destano preoccupazione.

L’uomo fissava quel volto da teppistello nero del tutto sconosciuto.

- Non si registrano particolari incongruenze né ambientali né contro terzi. Un buon lavoro, complimenti.

- Il buon lavoro l’ha fatto la polizia pescando questo sfottuto bastardello prima che ci infognasse in un groviglio temporale – rispose l’uomo accartocciando la foto e cestinandola con una tesa parabola all’altro capo del piccolo studio.

Sentì addosso gli occhi della donna raffigurandosi i suoi denti serrati dietro le labbra tese:

- Al diavolo! – imprecò tra se – Sono io a fare il lavoro sporco!

- Signor Hale – Il tono professionale della donna lo irritò ancora – lei ha compiuto ripetuti interventi e il suo tessuto temporale comincia a preoccuparmi seriamente.

- Sto bene – rispose un po’ troppo brusco l’uomo.

- Ciò non di meno – proseguì la donna – ritengo che sia indispensabile che lei si prenda un periodo di riposo adeguato.

Con un movimento fluido si volse verso il terminale sfiorando con i polpastrelli della mano destra la consolle. Lo schermo prese a proiettare diagrammi spaziali.

- Guardi – lo invitò – questa è la curva del suo tessuto.

Hale osservò senza particolare interesse il diagramma tridimensionale di una sezione di piano racchiusa tra due iperboli dalla comune origine che ruotava lentamente.

- Gli studi di Morrison sull’attrito e la deriva temporali – riprese la donna con tono professionale – ci hanno dimostrato come il tempo tenda a contrastare i paradossi introdotti dai viaggi nel tempo e a rimarginare le lacerazioni che si producono tendendo a ridurre il fattore T verso lo zero …

- Conosco la teoria – commentò lui insofferente.

- Questa non è teoria, signor Hale – rispose secca la donna indicando lo schermo – Lei ha operato fino ad oggi 47 interventi di cui non resta traccia nella sua mente, ma che lasciano profonde cicatrici nel suo tessuto temporale. Lei sa che un mutamento temporale propaga la sua influenza come un sasso che piombi in uno stagno e le sue perturbazioni sono determinate sia dalla densità della trama temporale investita e sia, naturalmente, dalla consistenza del mutamento operato.

Lei, signor Hale, è l’epicentro di quarantesette terremoti temporali. Se per effetto delle sue abilità, chirurgiche, possiamo dire, i suoi interventi hanno avuto minime ripercussioni per l’esterno, per lei, che se ne renda conto o meno, essi hanno avuto tutta la loro devastante efficacia, tant’è che di essi, appunto, non v’è traccia nella sua mente.

Hale rimase in silenzio senza sapere cosa dire. La donna firmò una carta che aveva dinanzi a sé.

- Lei è sospeso dal servizio, signor Hale, per un periodo di sei mesi. Arrivederci.

 

- Fottuta strizzacervelli! – imprecò tra i denti precipitando lo sguardo nell’ambra del liquore e d’improvviso lo tracannò d’un fiato.

Era il quarto.

Appollaiato sullo sgabello d’angolo in un bar della 94^ confortevolmente deserto, torno per l’ennesima volta al colloquio di quel pomeriggio elaborando come perle di una collana sagaci osservazioni e considerazioni al vetriolo con cui avrebbe potuto renderlo sapido. Ma quella verve postuma gli fece montare ancor più il risentimento.

La grande specchiera in stile XX° gli rimandò, tra decalcomanie di pubblicità d’epoca, l’immagine scialba di quell’ometto pingue dall’aria inoffensiva: era questa la causa per cui solo tre anni prima aveva abbandonato all’improvviso il suo lavoro di contabile alla D.G. Elettric & C. per arruolarsi come boia dello Stato?

Forse si, si disse accompagnando la mezza ammissione con un’alzata di spalle. Ciò non di meno il suo lavoro l’aveva fatto con passione e diligenza, per cui sentiva di meritare un’attenzione ben diversa da quella che l’amministrazione gli stava dimostrando.

Per quarantasette volte era entrato nel polmone entropico situato nel quarto livello sotterraneo del Tribunale, proprio sotto il braccio dei condannati alla soppressione temporale. Per quarantasette volte era sfilato avanti alla cella, davanti ad occhi increduli o disperati o dilatati dal terrore, davanti a quella cella che sarebbe stata sigillata dal sistema elettronico di sorveglianza, contemporaneamente alla chiusura del polmone, per essere riaperta, dopo, vuota, ma d’un vuoto privo fin del ricordo del suo ultimo occupante.

- Problemi, amico? – chiese il barista, che l’aveva osservato in tralice, togliendo il bicchiere vuoto.

- Dammene un altro – rispose l’uomo e, dopo una pausa, continuò – Sbrigati!

L’altro s’allontanò con un’alzata di spalle.

- Che ci vedi lì dentro? – chiese Hale, lo sguardo fissò nella specchiera.

Il barista, dopo un attimo di sconcerto, azzardò:

- Ce l’hai con me, amico?

- Lo vedi quel tipo lì? – continuò con un lieve ammiccare alla propria immagine senza staccare lo sguardo dagli occhi della stessa – Lo vedi? – riprese con una lieve alterazione del tono.

- Amico … - cominciò conciliante l’altro.

- Bhè, quello è molto ma molto più reale di me – sentenziò Hale – Tu mi vedi? Mi vedi, vero?!

L’altro annuì sempre più allarmato, ma l’uomo si alzò ed uscì senza aggiungere altro.

Pioveva, una pioggerella impalpabile sotto un cielo polveroso. Il traffico scorreva lento e docile. Pochi e veloci i passanti intabarrati.

Hale avvertì pesante la propria estraneità: fendeva lo spazio come una spora di alterità … Allora si fermò di nuovo sotto il porticato di un grande magazzino. Le luci delle insegne e delle vetrine dalle sincopi ipnotiche riflettevano l’ombra della sua immagine mutevole e cangiante.

L’idea lo colpì sotto la cintura: a tradimento.

- Cristo! Credo che quella stronza abbia ragione.

Boffonchiò a fior di labbra riferito alla dottoressa Carter. Quindi chinò il capo ad osservarsi le mani come a sincerarsi della loro realtà e s’avvio deciso senza una meta consapevole.

Il tribunale era un imponente palazzotto in stile romanico, costruito quindici anni prima in un’apoteosi marmorea in stridente contrasto con i circostanti grattacieli in vetro e cemento.

Hale era fermo, sul lato opposto della piazza.

Bilanciò il peso della propria irresolutezza da una gamba all’altra e s’avviò, il passo tranquillo, quasi strascicato.

L’agente di guardia oltre la doppia vetrata rispose distratto al suo cenno di saluto:

- Di servizio, Mr. Hale?

- No, solo qualche scartoffia arretrata – borbottò di rimando, avviandosi ai grandi ascensori.

Una cabina vuota lo attendeva. Con calma estrasse dal portafogli la tessera magnetica e l’introdusse nell’apposita fessura: non era disabilitata.

Registrò neutro questa circostanza e digitò il codice di accesso ai livelli interrati. Le porte metalliche si chiusero sull’incongrua parete-acquario che sezionava il grande atrio.

Dopo una decina di secondi le porte si aprirono su un piccolo cubicolo metallico e l’uomo si sottopose alle procedure identificative standard: corneale, vocale, cromosomica.

Finalmente il sistema elettronico di sorveglianza fornì il suo assenso ed una porzione della parete laterale destra scivolò rivelando uno stretto corridoio.

Hale si avviò mentre il pavimento metallico risuonava dei suoi passi lenti e cadenzati.

Discese tre rampe di scale e ad ogni piano inserì la propria tessera digitando un diverso codice d’accesso.

La terza porta si aprì su uno stanzone buio in cui la luce del pianerottolo proiettava sul pavimento, lunga e incombente, l’ombra dell’uomo in un poligono dorato.

Hale rimase immobile per un lungo momento. Quando gli occhi presero ad abituarsi all’oscurità del luogo, lungo la parete di sinistra iniziarono ad intravedersi le sbarre della cella da cui pareva ora emanare un lieve lucore.

Dopo un tempo così lungo da apparire irreale un piccolo rumore precedette l’apparire tra le sbarre di due mani che le serrarono in alto.

Hale avanzò e la porta si richiuse alle sue spalle. Giunto di fronte alla cella si arrestò di nuovo.

- Chi sei? – una voce brutale e roca, da belva braccata – Che vuoi?

- … Può avere importanza?

- Nessuno scende mai in questa … tomba – fece sprezzante la voce – Solo … - e le mani si serrarono con più forza alle sbarre.

Hale si concesse il sorriso della belva:

- Solo …?

- Vai maledetto! – imprecò l’uomo – Che aspetti? Facciamola finita!

- Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, Simpson. Ti chiami Simpson, vero? Tutto il tempo necessario.

- Che vuoi dire? – disse l’uomo guardingo.

- Questa situazione ha i suoi lati positivi, Simpson. Vedi, ora noi due possiamo acquistare i crediti che vogliamo senza che mai nessuno possa chiederci di pagarli. Un bel vantaggio … Non capisci, eh? … Cercherò di spiegarmi. Il nostro è un incontro virtuale, Simpson, perché tu non esisti e, grazie a te, io ora qui sono meno che un’ombra, il puro alito letale della giustizia. Bella figura, eh, Simpson? Ho sempre avuto una verve letteraria.

- Che cazzo vuoi dire?!

- Tu sei stato giustiziato sei mesi fa, Simpson, ed ora di te e del puzzo della tua paura non resta alcuna traccia. Sei andato, Simpson, nello scarico del cesso.

- Chissà – rispose la voce sudata – forse t’ho tagliato la gola per primo.

- E’ una possibilità Simpson … Ma anche in questo caso noi, ora, qui, non esisitiamo. Lasciamo allora alla storia la soluzione di questo giallo e approfittiamo di questa opportunità straordinaria.

- A che scopo? Comunque vada, cioè, sia andata, nessuno di noi due ne ricaverà niente.

- E’ vero, ma ha importanza?

- … No.

I due si fissarono negli occhi.

- Fatti sfottere, boia – Simpson ruppe il silenzio, ora certo di essere il più forte, e s’allontanò volgendogli ostentatamente le spalle.

Hale non reagì. Assaporò l’assenza delle sue parole, di parole che non possedeva, ma che non di meno riverberavano facendo vibrare le pareti del terzo livello sotterraneo del Tribunale più della voce amplificata del reverendo Jackson nel sermone delle 18.00 alla pay TV.

Lasciò che l’elastico del silenzio si tirasse alla spasimo, oltre il livello di ogni umana sopportazione e poi, con passo lento, dalla cadenza misurata, s’avvio alla porticina in fondo. Un “porco bastardo” lo raggiunse al fondo, provocandogli un ghigno di soddisfazione.

Discese le due ripide scalette metalliche e tessera e codice gli consentirono l’accesso al locale del polmone entropico.

Aprì la serratura del suo armadietto ed estrasse la sua Colt Magnum 75 parabellum senza rinculo, si avviò al tavolo e, senza fretta, con cura meticolosa, smontò l’arma, la pulì, la oleò e infine la carico dei suoi proiettili esplosivi.

Assicurata l’arma alla fondina che portava sotto l’ascella sinistra, si avviò alla plancia di comando del polmone.

Il video, collegato alla Sezione Scientifica, riportava le coordinate spazio-temporali per Jack, il collega di Hale incaricato della soppressione di Simpson, mentre il sistema pneumatico aveva già recapitato nell’apposito cestello il plico plastificato con i relativi documenti.

Con divertita crudeltà Hale comandò la chiusura delle paratie che sigillavano la cella di Simpson – un segno inequivocabile – ma altre furono le coordinate che digitò alla plancia.

Impiegò i tre minuti disponibili per rilassarsi sulla poltrona del polmone – una sorta di sedia da dentista – mentre la luce s’affievoliva progressivamente fino all’oscurità più completa e dall’oscurità al nulla.

 

Era un tardo pomeriggio di primavera avanzata e solo l’impudenza della natura rendeva meno scialbo e anonimo il giardinetto di quel villino del tutto simile a centinaia d’altri che, diligentemente allineati, punteggiavano l’interland della città.

George Hale parcheggiò l’auto nel vialetto di fronte alla rimessa e scese portando in mano il giornale e le vaschette dei cibi precotti acquistati all’angolo della 123^, in un ristorante cinese.

Nell’entrare in casa, con la coda dell’occhio, notò l’uomo, fermo, poco distante, sull’altro lato della strada. Entrato, aveva acceso la tele e aveva preso una birra ghiacciata dal frigo quando il campanello trillò.

Dai vetri della porta riconobbe l’uomo notato poco prima e, incuriosito, aprì.

- Mr. Hale? – chiese l’uomo.

Hale rimase per un lungo momento a bocca aperta, l’uomo avrebbe potuto tranquillamente essere suo fratello. Capelli brizzolati e un po’ più radi dei suoi, fisico asciutto e almeno un po’ più sodo, rughe sulla fronte e all’angolo degli occhi, ma i lineamenti erano inequivocabilmente i suoi.

- Ma … ma lei chi è?

- Un funzionario dello Stato, mr. Hale. Il mio nome in questo momento non conta. E’ meravigliato dalla nostra somiglianza?

- Accidente!

- Se mi concede un attimo del suo tempo vedrò di soddisfare anche questa sua curiosità.

- Prego – fece Hale afferrando finalmente il senso delle parole dell’altro e si scostò di lato lasciando passare l’uomo per poi rincorrerlo a far spazio sul divano scansando abiti sporchi e qualche lattina vuota – Come vede vivo solo.

- Lo so … Mr. Hale. è soddisfatto del suo lavoro?

- In che senso? – prese tempo Hale mentre goccioline di sudore gli imperlavano la fronte proprio all’attaccatura della fronte.

- A quanto mi consta – disse tranquillo l’uomo – lei è contabile presso la D.G. Elettric & C.

- E’ vero.

- E questo lavoro la soddisfa?

Hale scrollò le spalle mentalmente.

- E’ un lavoro come un altro.

- Già, un lavoro come un altro di un uomo come un altro.

Hale si umettò le labbra scrutando un po’ in tralice l’interlocutore.

- Ma lei chi è?

-Signor Hale – riprese l’altro deciso – ha mai pensato di dedicarsi ad un’attività più eccitante, meno … anonima, per così dire?

Hale non rispose.

- Guardi il giornale, signor Hale. Non aveva forse intenzione di leggerlo ‘sta sera?

Sempre più guardingo Hale ubbidì.

- Quarta pagina, signor Hale – incalzò l’uomo – in basso a destra … quell’annuncio del Tribunale …

Hale lesse ad alta voce:

- Lo Stato di Alabama ricerca personale per compiti esecutivi nell’ambito del settore Giustizia. La selezione avverrà sulla base di test attitudinali. Non sono richieste particolari referenze …

- E’ un posto di boia, Mr. Hale. Di esecutore, se preferisce …

- Che vuole da me?

- Soppressione temporale, Mister Hale, le si offrono viaggi nel tempo, avventura, emozioni, sensazioni forti …

- Chi è lei?

L’uomo estrasse dalla fondina che portava sotto l’ascella una Colt Magnum 75 parabellum senza rinculo e la mostrò ad Hale.

- Bella, vero? Questo è lo strumento di lavoro: efficace e teatrale allo stesso tempo, ti da il senso dell’avventura, ti fa sentire grande, forte, invincibile …

- Chi … - come folgorato da una rilevazione – Tu sei …

- Io non sono, Mr. Hale … Io non posso essere che un sogno, ed anche questa mia insopportabile oppressione è solo un’illusione … Io non sono che l’angelo sterminatore, Mr. Hale.

Il volto di Gorge Hale esplose. Brani di materia celebrale schizzarono col sangue a picchettare le pareti ed il soffitto.

L’angelo lasciò cadere al suolo l’arma e voltandosi s’avviò alla porta.

Prima di raggiungerla, forse senza comprenderne realmente la ragione, più non fu.

 

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