fantascenza 2

Ted & Mortimer

- Nell'azzurro del cielo il bianco di leggere nubi primaverili.

Lontano, alto sulle vette frastagliate, il sole d'aprile raddol­cisce la cruda aria del mattino ancora pregna delle rigide brume invernali.

Ovunque il ronzio degli insetti e i richiami amorosi degli uccel­li ... Cosa manca? Dunque ... e i richiami amorosi degli uccelli ... No, è come se mancasse qualcosa ... Ecco, lo sapevo, ti stai svegliando! Su, dai! Concentrati ... E' una parola ... Apro gli occhi? Va bene, tanto ...

Ted aprì gli occhi mentre una smorfia di insoddisfazione si dise­gnava sulle labbra.

Lasciò vagare lo sguardo imbronciato e critico sulla scena monta­na che gli appariva in tutto simile a quella del sogno appena in­terrotto.

- Niente da dire, tutto come richiesto - bofonchiò tra sé senza esserne affatto rincuorato.

Con un sospiro decise di alzarsi e con la mano aprì la chiusura lampo del sacco a pelo, riproduzione perfetta e garantita di un modello del ventesimo secolo.

Il freddo pungente lo fece rabbrividire e Ted, dandosi del creti­no, gridò uno "Stop!" col basso profondo del suo tono mattutino.

All'istante il Master disattivò le proiezioni olografiche ed i sensori che provvedevano all'invio dei segnali tattili, sonori ed olfattivi dell'Ambientazione Onirica Programmata, lasciando riaf­fiorare l'incombente grigio neutro delle pareti del cubicolo del sonno.

Ted provò il consueto disagio che gli angoli privi di prospettive di fuga gli provocavano.

- Cristo, lo specchio!

Un'intera parete del cubicolo divenne riflettente. Un uomo sulla quarantina, nudo, di corporatura media, dai fasci muscolari ras­sodati da un'evidente attività fisica, lo osservava criticamente. Una selva di capelli castano-chiari e scarmigliati si univa ad una folta barba accuratamente incolta - civetteria anticonformi­sta - che lasciava immaginare più che intravvedere la smorfia delle labbra sottostanti. Gli occhi grigi dai riflessi verdi, che ancora stentavano a mantenersi aperti, lo osservarono minuziosa­mente mostrandosi al fine moderatamente soddisfatti.

- La palestra è pronta, signore.

Il tono austero e riservato del Master riscosse Ted.

- Ambientazione?

- Come da lei richiesto, signore. Corsa su strada sterrata in una mattina soleggiata di aprile - chilometri due - abbattimento all'ascia di albero d'alto fusto - diametro trenta centimetri - attraversamento alla voga di lago montano e per finire nuoto, ne­bulizzazione, disintossicazione, massaggio e frizione.

- Bene, Mortimer.

- Dovere, signore. Desidera altro?

- Per il momento no, grazie.

- Compermesso.

Mortimer era il nomignolo che Ted aveva dato al proprio Master. Quando l'aveva programmato con l'intento di ottenere la fedele riproduzione di un maggiordomo inglese del passato - almeno così come lui credeva dovessero essere -, aveva pensato, con un sogghi­gno, che quello sarebbe stato il nome più appropriato. Più di una volta aveva valutato la possibilità di fornire Morti­mer di una proiezione visiva se non addirittura polisensiva, ma non ne aveva mai fatto nulla, ed ora se ne rallegrava dato che la presenza di Mortimer, anche se solo sonora, era già troppo ingom­brante per i suoi gusti.

Ne aveva già parlato al suo analista e le invadenze da zitella inglese - come lo stesso Ted le definiva - del Master gli erano state rinfacciate:

- Mortimer non è che una proiezione del suo inconscio. Lei stesso ha determinato la sua personalità in fase di programmazione, e il suo io profondo vi ha nascostamente introdotto sfumature, tracce sotterranee, che il suo essere razionale respinge.

- Balle - aveva risposto Ted sudaticcio.

- E allora riprogrammi il Master - gli aveva risposto il ghigno dell'analista.

- Oh, un giorno o l'altro lo farò.

Ted ebbe un brivido lungo la schiena, si riscosse ed entrò in pa­lestra per uscirne un'ora e un quarto dopo affamato e ben sve­glio.

- Mortimer!

- Il signore ha chiamato?

- Colazione e comunicazioni.

- Se il signore avesse la compiacenza di sedersi...

Sulle pareti del soggiorno si formarono le immagini olografiche dell'interno di una baita di montagna. Alle pareti in legno erano accostati semplici mobili rustici su cui vecchi utensili in ferro e rame facevano bella mostra di se stessi. Una finestra lasciava intravvedere la vetta innevata di un monte mentre, sulla parete opposta, un fuoco scoppiettante in un camino inviava un invitante tepore. Al centro della stanza la colazione era servita su di un tavolo ricoperto da una tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi.

Ted si sedette su una sedia impagliata.

- Ottima proiezione, Mortimer.

- Grazie, signore.

- Che c'è di buono? - chiese Ted allungando il collo ed annusan­do.

- Pseudolatte, caffè sintetico, clonouova al bacon di soia idro­ponica, acido citrico aromatizzato, fruttosio all'essenza di pru­gna e pseudopane.

- Bene.

- Il signore desidera avere prima le comunicazioni personali o le informazioni generali?

- Chi mi ha cercato? - chiese Ted iniziando a versarsi lo pseudo­latte fumante nella tazza.

- Il signor Bob Martin.

- Uhm

- La signorina Anny Daniel.

- Ah, s'è ricordata!

- Philip ...

- Scocciatore. Poi? - commentò Ted alle prese con le clonouova.

- ... Mary Rossi ...

- Bhè, allora?

- Se il signore permette ...

- Ah, non ricominciare, eh, Mortimer!

- Le mie osservazioni, signore, sono esclusivamente volte alla tutela della rispettabilità di questa casa. Casa che il signore dovrebbe tenere in maggior conto. La ... signorina Mary Rossi è ben nota ...

- Mortimer, per favore!

- ... in ogni ambiente per essere la più efficiente organizzatri­ce di quelle ... stravaganze erotiche, tanto in auge tra le classi popolari ...

- Mortimer!

- ... e il signore non può che essere danneggiato da ...

- Stop!

Bloccata dal comando chiave, l'unità vocale del Master si zittì di colpo e, come parve di cogliere a Ted, dopo un'infinitesimale, colpevole, frazione di secondo, anche la proiezione multisenso­riale della baita scomparve, lasciando Ted nel neutro, grigio, am­biente del soggiorno, sulla fredda sedia metallica di fronte al disadorno tavolo della colazione.

Con uno sforzo, col boccone inghiottì il suo disagio - Non gliel’avrebbe data vinta alla zitella! - Con le dita della mano destra fece scorrere il pannello di copertura del quadro di comando ed azionò l'olotelefono selezionando il numero di Mary. La lieve e consueta vibrazione dell'aria sulla tavola preannunciò la rispo­sta alla chiamata.

- Oh, Puccio, sei tu! - una cascata di capelli corvini faceva da corona ad un viso ben disegnato da calde labbra carnose ed oc­chi perennemente divertiti - Quel tuo coso lì ti ha riferito il messaggio?

- No, m'ha detto solo che mi avevi chiamato e poi l'ho disattiva­to.

- Oh, poverino, perché?

- E' un bacchettone vittoriano.

- Capisco - e con un sorriso malizioso lasciò che lentamente la proiezione della sua figura s'allargasse. Prima si materializzò la spalla destra candida e nuda, esaltata dal contrasto coi ca­pelli, poi venne a mostrarsi la parte superiore della coppa del seno fino all'incavo e all'accenno dell'altro, quindi, a partire dalle dita, il piede affusolato e poi la gamba fino alla coscia - Ti piaccio? - disse con la voce eccitata, mentre il resto del suo corpo nudo e sontuoso appariva in un'estenuante dissolvenza.

- Sai che ti adoro

- Attiva i sensori - fece Mary in un sussurro.

- Non ora, Mary – la fermò Ted - M'hai cercato perché sentivi il bisogno della mia potenza ses­suale o ché?

- Caro il mio bel maschione, non te la prendere - sorrise Mary – ma sono solo una messaggera. Ti cerca urgentemente Bob.

- Lo so, mi ha avvertito la zitella.

- Chi?

- Mortimer, il mio Master.

- Ci siamo visti 'sta notte ...

- Certo, me lo immagino.

- ... ti cerca per l'Assemblea Generale di questa mattina.

- Ho capito.

- Allora, fatti sentire, ciao. Ti bacio il pisello - L'immagine della donna svanì in un baluginio.

Ted rimase per qualche istante immobile, avvertendo il velo d'in­quietudine che quel messaggio gli aveva calato addosso.

Assaporò questa volta il grigio incombente delle pareti, solido come un guscio.

- Mortimer.

- Signore? - Fu la risposta pronta e gelidamente neutra del Ma­ster.

- I vestiti - fece Ted, brusco, tagliando ogni possibilità di di­scussione - Giustacuore e marsina. Ah! salotto rosso.

Mentre l'uomo indossava i suoi abiti da cerimonia, il locale si rivestiva di stucchi dorati, velluti rossi e riproduzioni di pit­tori del tardo settecento francese.

- Notiziario - intimò Ted, seduto ora su di una sedia imbottita dall'alto schienale.

- Ciao, sono Susy, la coniglietta del mese - una prosperosa ra­gazzotta, vestita delle sole, storiche appendici, s'era materia­lizzata dinanzi a lui - Sono alta un metro e settantatré e le mie misure sono ...

- Cristo. Notizie politiche, intendo!

- ... Cinquantotto ...

Per tutta risposta il Master gli aprì sul bracciolo destro della sedia la pulsantiera di comando e Ted, sempre più irritato, di­gitò a casaccio.

- ... figli di Aruru e di Belili, generati da Iahu e dal vento del nord - il volto scolpito d'un predicatore a pagamento quasi l'ipnotizzò con i suoi occhi fiammeggianti - fratelli di Samas, Sin, Nergal, Bel, Ninib e della prediletta Beltis, sangue del sangue dei nati dalla terra e gigas, dei costruttori di mura e fabbri ferrai ...

Una cascata di fiamme multicolori testimoniò la bontà della Star Cola e, quando l'ultima scintilla svanì su un lato, una vivida e polverosa luce illuminava un anonimo sterrato delimitato da un alto reticolato.

- ... il tentativo di penetrazione, il tredicesimo dall'inizio del mese in questo settore, - commentava la voce dello speaker - è stato respinto dal sistema ordinario di protezione. I corpi di alcune decine di clandestini, inceneriti dal sistema automatico di puntamento laser, sono stati rimossi nella stessa notte. Sulla controversia vi è da registrare la protesta ufficiale che il Se­gretario Generale ha trasmesso al Governatorato per le Aree De­presse, in cui si auspica una più ferrea vigilanza che prevenga effettivamente questo continuo stillicidio di incidenti.

L'immagine fu sostituita dallo spaccato dell'Aula del Palazzo dei Popoli, le cui gradinate apparivano semi-deserte.

- Ennesimo scontro all'Assemblea Generale tra interdipendisti e conservatori. La questione ancora una volta al centro dell'atten­zione è quella relativa al programma di aiuti per la bonifica delle Aree Depresse. La Touche, per gli interdipendisti, ha sostenuto che, specie dopo la tragedia di Rio, il riequilibrio com­plessivo del pianeta è ormai una strada obbligata. Mentre Rilche, per i conservatori, ha affermato che i costi d'una simile opera­zione, per avere risultati apprezzabili, sarebbero così elevati da compromettere irrimediabilmente lo stesso livello di vita del­le Aree del New Day. Senza contare, ha aggiunto Rilche, l'incapa­cità delle competenti autorità di dare effettiva attuazione ad un simile programma di risanamento.

Ancora una volta l'immagine svanì per lasciare il campo ad un suggestivo spaccato dello spazio interplanetario.

- Le due flotte Hashtartiane, da giorni in avvicinamento, si sono congiunte nella notte e sono attualmente in orbita intorno a Plu­tone. Horistos, il plenipotenziario dell'Oligarca, sempre questa notte, ha preso contatto olografico con la Segreteria del Congresso Genera­le. Tuttora, comunque, nulla è trapelato circa la natura dei col­loqui.

Ted smanettò ancora sulla pulsantiera.

- ... polvere ha reso le terracotte dipinte, saldi i ceppi ai polsi di Danao e dei suoi muliebri frutti oscenamente offerti in sacro dono ...

Il volto del santone sfocò nelle cosce allargate della pin up.

- Allora t'aspetto, ciao ...

L'immagine precipitò in un punto e poi svanì.

- Un whisky. Vero - precisò soffocando l'irritata insofferenza che sentiva montargli dentro.

Mandò giù un bel sorso e si decise, componendo il numero di Bob Martin all'olotelefono.

Un volto teso e preoccupato lo fissò negli occhi.

- Alla buon'ora, ce l'hai fatta! - esclamò l'uomo - Sei pratica­mente irraggiungibile dentro quel tuo giocattolo!

- Questa è la mia casa - rispose gelido Ted, irritato dal primi­tivismo dell'amico.

- Ve bene, va bene, lasciamo stare - tagliò corto Bob - T'ho cer­cato per una cosa grave. Hai saputo degli Hashtartiani?

- Si, ho visto il notiziario.

- La notizia è ancora riservata. A palazzo hanno dato disposizio­ne che per il momento fossero informati i soli membri del Con­gresso. Horistos si è presentato al Segretario Generale con la richiesta formale di acquisto della Terra.

- Di che cosa?

- Della Terra, Cristo, del tuo pianeta!

- Ma ... ma non è possibile!

- E invece è proprio così. Ho passato tutta la notte a cercare di rintracciare i membri del Congresso del nostro Settore per avvi­sarli. E' essenziale che si sia tutti presenti.

- Sono pronto, posso proiettarmi in aula anche subito.

- C'è un problema, Ted.

- Sarebbe?

- I Fondamentalisti hanno sollevato un'eccezione procedurale. So­stengono che su una questione così delicata, non sia ammissibile il voto virtuale e pretendono che siano ammessi ai lavori i soli membri fisicamente presenti.

Ted avvertì una fastidiosa stretta alla bocca dello stomaco.

- Ma questa è una prevaricazione! - protestò - La sentenza della Suprema Corte ...

- Lo so, e De Moulle ha respinto la loro eccezione proprio in ba­se alla sentenza di parificazione della Corte. E' evidente che la loro presa di posizione è pretestuosa, perché sanno che in un'Assemblea gremita difficilmente potrebbero coagulare una mag­gioranza. Comunque, non è il caso di avvalorare le loro tesi: hanno minacciato di abbandonare il Congresso, lasciando che a de­cidere sia un'assemblea virtuale.

- Non intendo sottomettermi al loro ricatto - si trincerò dietro una riottosa risolutezza Ted - e parteciperò alla seduta da qui - bruscamente tolse il collegamento.

Impiegò qualche secondo per riprendere il controllo della respi­razione.

Allo stato, comunque, la sua agitazione non derivava dall'enor­mità della notizia ricevuta, che ancora non aveva avuto il tempo di metabolizzare, ma dal complesso di questa con la pretesa dei Fondamentalisti.

Non indagò sul fatto e, con tono di sfida, intimò:

- Mortimer, proiettami nel Palazzo dei Popoli.

Il solito senso di vertigine e di spaesamento accompagnò la dop­pia materializzazione, mentre la connessione di Mortimer con il Master del Congresso risolveva le solite micro-incongruenze.

Gli spalti dell'emiciclo erano gremiti ed animati.

Ted percepì la sensazione di sguardi ostili attirati dal suo ap­parire, che egli stesso avvertì ostentato, e tentò di assumere un'aria di serena noncuranza.

Alla tribuna l'esile figura d'ebano di Ingrid Mobuto parlava con una voce d'una fragilità solo apparente.

- E' evidente come la "querelle" sul voto virtuale sia stata solo un pretesto per opporsi ad un risultato che si presenta scontato. - Rumori e lazzi si levarono dalle fila dei Fondamentalisti ser­rati in branco in un lato - Porre in discussione la legittimità dell'Assemblea - continuò, innalzando impercettibilmente il tono della voce, l'oratrice - è servito a dare l'avvio ad una campagna di resistenza che può trovare terreno fertile in alcuni settori della popolazione, specie tra le generazioni più giovani. Devo comunque dire che sono esterrefatta di fronte all'irresponsabi­lità di certi demagoghi, che con i loro comportamenti rischiano di trascinare l'intera umanità nella catastrofe.

Le parole della Mobuto scatenarono il putiferio e a nulla valsero gli appelli alla calma del Presidente De Moulle. Carl Ho Lin, il piccolo e nervoso fondamentalista, gridò quasi isterico:

- Signora Mobuto, non le consento di questi apprezzamenti!

Serafica e fragile la donna sussurrò occhieggiando di lato, da sopra i civettuoli occhialini da lettura:

- Chi non accetta le semplici regole della democrazia non può consentire o meno nulla, Carl.

Silenziosamente, i commessi meccanici si interposero tra la tribu­na degli oratori e il gruppo dei Fondamentalisti, a questo punto veramente arrabbiati.

- E' la maggioranza di questo Congresso - urlò Ho Lin fuori di sé - a non avere titolo di decidere le sorti del pianeta! Un branco di ipocriti, affaristi e fannulloni, che non sente nemmeno il dovere di abbandonare i propri affari o le proprie stanze del piacere di fronte ad un fatto di una tale gravità!

Ted si sentì nuovamente osservato e, impercettibilmente, sprofondò nella poltro­na con stampata in viso la sponsorizzazione del suo sorriso

- Che non esiterà a condannare l'intero genere umano alzando distratta­mente la mano dai propri genitali! – sibilò, conclusivo, Ho Lin.

- Ci risparmi le sue volgarità - rispose la Mobuto con la bocca atteggiata ad una smorfia di disprezzo, mentre De Moulle si scal­manava dall'alto della tribuna della Presidenza:

- Signora Mobuto! Non alterchi con l'Assemblea, vada avanti col suo intervento.

- Se gli amici del signor Ho Lin me lo consentono ...

- Signori! Ognuno avrà modo di esprimere le proprie opinioni ... Signor Hess, non volga le spalle alla Presidenza! Signora Mobuto, vada avanti.

- La ringrazio. Signori colleghi, sia chiaro, tutti noi abbiamo ben presente il fatto che ci troviamo di fronte ad un vero e pro­prio ultimatum. Ma con gli incrociatori Hashtartiani in vista della Luna non ci viene lasciata alcuna reale possibilità di scelta.

Nuovamente riesplose la protesta dei Fondamentalisti:

- Ecco a cosa ci hanno ridotto duecento anni di protettorato Ha­shtartiano!

- Le conosciamo le promesse dell'Oligarca!

- Non possiamo, non dobbiamo sottometterci a questo ennesimo ri­catto!

- E mettere così a repentaglio l'incolumità dell'intera popola­zione!? - tuonò al fianco di Ted il baffuto Rodriguez balzato in piedi - Sarebbe meglio che teneste a freno i vostri pruriti.

- Ricordati di Manhattan, la colonia spaziale, Rodriguez! - rispo­se di rimando 'O Brian, il rosso scamiciato.

- Sono passati più di cento anni - disse sulla difensiva Rodri­guez - E i responsabili sono stati puniti dal governo Hashtartiano.

- Oltre cento coloni - donne, vecchi, bambini - massacrati e muti­lati orrendamente nel sonno da coloro che avevano ospitato in a­micizia. E i responsabili se la sono cavata con dieci anni di co­lonia penale su Ossiris. A tanto li ha condannati il tribuna­le! Certo, cento primitivi non valgono un Hashtartiano - concluse in un'amara smorfia 'O Brian.

- Non abbiamo né la forza né le capacità per opporci alle flotte Hashtartiane - concluse amaramente la Mobuto - Resistere ci por­terebbe alla catastrofe certa.

Mentre l'oratrice abbandonava la tribuna nell'eccitato vociare dell'assemblea, al centro della sala, di fronte al banco della Presidenza, si materializzò Horistos, il plenipotenziario dell'O­ligarca, seduto su uno di quegli alti, stretti e disadorni sedili Hashtartiani. I grandi occhi privi di cornea dell'umanoide fissa­vano De Moulle, mentre le scheletriche e affusolate dita sembra­vano ticchettare un'aliena e lenta melodia.

Il Congresso ammutolì di fronte all'impenetrabilità di quel volto incapace di espressione.

- Il Congresso dei Popoli della Terra saluta Horistos, plenipo­tenziario dell'Oligarca - recitò con dignità De Moulle.

Horistos concesse un lieve cenno del capo e, subito dopo, con l'i­nespressività della sua voce, frutto d'una struttura vocale de­stinata a suoni inudibili dagli umani, disse:

- Delegati del pianeta Terra, ho il dovere di informarvi che qua­lunque sia la decisione che quest'oggi prenderete, questa assem­blea verrà ritenuta responsabile dell'effettiva e pacifica attua­zione del suo deliberato.

I delegati intuirono che il plenipotenziario aveva già ultimato il suo discorso e, impercettibilmente, il brusio riprese sull'evi­dente indecisione del che fare.

Kalib, un delegato delle Zone Depresse, si alzò prendendo la pa­rola:

- Horistos - l'alieno, lentamente, volse il capo nella sua dire­zione - Ci riferisci che l'Oligarca promette di trovarci una buo­na sistemazione in cambio del nostro pianeta. Ma quale sarà que­sta sistemazione, puoi darci qualche delucidazione?

Horistos rispose laconico dopo una lunga pausa:

- Sarete inseriti nella civiltà galattica, non avrete da preoccu­parvi delle vostre necessità materiali.

- Vedete! - esplose Ho Lin - Vogliono conformarci secondo la loro immagine. Assimilarci alla loro cosiddetta civiltà galattica, im­ponendoci la loro normalità e cercando di distruggere il nostro sistema di vita ed i nostri modelli culturali!

- Già, il vostro Sistema Ordinario di Protezione - la voce del plenipotenziario suonava, incredibilmente, sarcastica - le vostre folli megalopoli ... - e lasciò nell'aria il discorso con l'armo­nioso gesto irridente delle dita.

- ... Certo, voi pensate che noi dovremmo essere soddisfatti di somigliare a voi - riprese Ho Lin - Ma noi vogliamo la vostra li­bertà, non l'integrazione. Noi vogliamo essere liberi di essere noi stessi, essere fieri delle nostre tradizioni, di essere nati su questo pianeta e di appartenere ad esso.

Horistos non diede segno alcuno.

Dal fondo della sala un movimento attirò l'attenzione di Ted: Bob Martin avanzava sostenendo il vecchio Mahamed Roebuck.

Il vecchio decano interdipendista avanzava a fatica, e quell'osten­tazione di fisicità irritò Ted, sempre più a disagio nella pro­pria proiezione.

Il vecchio conquistò la tribuna nel rispettoso silenzio generale, ed anche lo sguardo di Horistos sembrava emanare la suggestione della cortesia.

Roebuck serrò gli occhi per scrutare l'assemblea, assumendo così un'aria ancor più burbera del solito e iniziò a parlare con la sua voce dagli echi profondi:

- Oligarca di Hashtart, ci dici che vuoi comprare il nostro pia­neta ... Ci invii anche espressioni di amicizia e benevolenza ... Gentile da parte tua, visto che, come sappiamo, hai ben poco bi­sogno della nostra amicizia.

Un fremito percorse gli scranni dell'emiciclo. Horistos non si mosse

- Prendiamo in considerazio­ne la tua offerta, perché sappiamo che se non vendessimo inviere­sti comunque le tue flotte e ti prenderesti comunque la nostra terra.

L'Assemblea ora parve pietrificarsi. Il vecchio, quasi dimentico, sembrò perso in un profondo soliloquio.

- Vendere un pianeta ... che idea strana! Come si può comprare o vendere il cielo, il calore della terra? Queste cose appartengono a qualcu­no? ... Vuoi comprare il nostro pianeta ... usato, malandato dal­la stirpe sciagurata degli uomini ... Hai chiesto le nostre anti­quate case? No. Le nostre opere di ingegneria primitiva? No. Vuoi il nostro pianeta, il nostro cielo azzurro e le sue nuvole, la nostra neve, l'azzurro dei nostri oceani e i fiori delle nostre primavere ... Ebbene, allora sappi.

E il capo di Roebuck si levò ora vigoroso.

- Sappi che per quanto noi si sia una specie sciagu­rata, che tanto ha devastato la sua stessa casa, questo qualcosa per noi è tremendamente importante. Si, tremendamente importante, perché ogni roccia, ogni ago di pino, la nebbia, ogni insetto, fa parte della memoria degli uomini e conserva il loro ricordo ... Forse non potrai capirci, Oligarca di Hashtart, perché i morti della tua specie dimenticano il pianeta da cui sono nati quando vengono lasciati a vagare tra le stelle. I nostri morti no. Per quanto l'abbiamo deturpata, questa è la nostra madre, noi siamo parte di questo pianeta ed esso fa parte di noi. I fiori profuma­ti, gli animali, le creste rocciose, persino le nostre puzzolenti città sono la nostra famiglia. Ed è per questo che quando di mandi a dire che vuoi comprare il nostro pianeta ci chiedi molto.

Qua­si in un fil di voce.

- Comunque ci dici che ci riserverai un luo­go dove potremo vivere comodamente, che ci tratterai come figli … ed allora prenderemo in considerazione la tua offerta

Sollevò nuovamente lo sguardo severo.

- Ma ricorda, se ti venderemo la nostra Terra, devi ricordarti che ogni muro, ogni pietra ed ogni riflesso dell'acqua parla di eventi e di memorie della vita degli uomini ... Il mormorio del mare è la voce del padre di mio padre ...

Vacillò quasi, poi, duro, negli occhi dell'immobile Ho­ristos.

- So che la tua specie non condivide questi principi. Per lei un pianeta vale l'altro, come un frutto da succhiare e poi gettare. Il suo appetito divorerà la galassia lasciandosi dietro soltanto deserti ... Ma io sono un primitivo e non comprendo ... E' vero, il popolo degli uomini è un popolo di stolti, ma ricorda, Oligarca di Hashtart, che la polvere dei nostri padri resta su questo pianeta. Le loro tombe sono terra sacra, questo pianeta è sacro!

Se ti vendiamo il nostro pianeta devi ricordanti che il vento che ha dato ai nostri padri il primo respiro ne ha raccolto anche l'ultimo. Dì ai tuoi figli che questo pianeta è ricco della vita della nostra stirpe. E quando l'uomo sarà scomparso da esso il suo ricordo sarà solo l'ombra di una nube, ma sui suoi continenti ri­marranno i suoi spiriti, perché essi l'hanno amato e maltrattato come la loro madre.

Allora, se ti vendiamo il nostro pianeta, amalo, conservalo per i tuoi figli con tutta la tua forza, con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore. Amalo.

Sull'applauso che fragoroso si levò dall'emiciclo, Ted svanì tra le pareti della propria casa.

- Il signore desidera un'ambientazione? - il tono di Mortimer era sommesso e discreto.

Ted rispose con un gesto di sospensione fissando l'angolo grigio di fronte a sé. Lentamente, come ossessionato da un'idea, si alzò e s'avvicinò alla parete, con la mano esitante la toccò: era fredda, e, al limite della percezione, a Ted parve di cogliere una lievissima vibrazione.

- Desidera che evochi un materiale particolare? - propose il Ma­ster, ma Ted non rispose.

A passi lenti misurò lo spazio sfiorando con le dita il perimetro del suo cubicolo.

- Mortimer.

- Il signore gradisce un whisky?

- Mortimer, da quanto tempo è che non esco?

- Prego?

- Da quanto è che non esco di casa, fisicamente intendo dire.

- Nove mesi, quattordici giorni, sette ore e venticinque minuti primi.

- Nove mesi ... - d'improvviso ebbe un senso di soffocamento - Mortimer, voglio uscire!

Ora era lungo la battigia d'una spiaggia tropicale, in cui la mezzaluna della candida e finissima sabbia si perdeva nel verde delle palme. Il sole al tramonto striava di rubino l'azzurro, mentre la brezza giocava con i suoi capelli.

Si lasciò cadere sulla sabbia.

- No Mortimer, voglio uscire ... fuori.

- ... Fisicamente intende dire?

- Si.

L'ambientazione tropicale svanì e Ted si ritrovò nel suo cubico­lo.

- Ebbene? - domandò irritato.

- Il signore mi perdoni, ma ritengo che, date le condizioni cli­matiche esterne, solo quattro gradi centigradi di temperatura, e le convenzioni sociali tuttora operanti tra gli umani, non sia opportuno che il signore esca, per usare un'espressione gergale, nudo come un verme.

Ted s'osservò stupito:

- Bhè, provvedi.

- Il signore voglia scusarmi ancora, ma la mia programmazione non include la trasmigrazione degli oggetti. Il signore potrà recupe­rare idonei capi d'abbigliamento nel proprio guardaroba.

Lo humour del Master l'infastidì ancora di più, ma quando pose la mano sul sensore per l'apertura della porta si bloccò.

La voce del vecchio Roebuck era già lontana, ed oltre quella so­glia l'attendevano i protettori hashtartiani, le Aree Depresse e il freddo dell'inverno.

- Mortimer?

- Signore?

- Secondo te, faccio bene ad uscire?

- Il signore non ne ha bisogno. Questa casa è perfettamente in grado di soddisfare qualsiasi esigenza fisica e relazionale senza che se ne debbano subire i fastidi connessi.

- Ma il mondo di fuori ...

Il Master iniziò a dilatare ed a gonfiare le immagini delle pare­ti che, lentamente, presero la forma di un grande sferoide. A mano a mano che cresceva, la materialità della superficie si perdeva in una traslucida lucentezza e presto Ted ebbe la sensazione d'essere ritto sulla superficie interna d'una immane bolla di sa­pone che ancora continuava ad espandersi.

L'uomo cominciò a vagare affondando i piedi in quella strana so­stanza, finché quell'indeterminatezza gli causò un principio di nausea.

- Ehi, Mortimer! Qui non si vede un cazzo! - protestò.

In alto, nel centro della sfera, ci fu una sorta di baluginio ap­pena percettibile che parve svanire subito, per poi riprendere e vibrare via via d'una luce sempre più intensa e calda. E la luce si propagò a caccia dei limiti estremi della sfera.

Ted si distese su quella sorta di materasso ad acqua a contempla­re il tessuto cangiante di colori che incessantemente ridipingeva la sfera: sembrava che tremende correnti e venti possenti scotes­sero un impalpabile lenzuolo.

Quando fu stanco si rizzò a sedere.

- Bhè, va bene - sospirò - come giochino è interessante, ma alla fine stanca.

- Il signore vuole che crei qualche diversivo?

- Separa un po' le cose, almeno!

Un boato lungo e rimbombante scosse la sfera e, come l'eco si spense, una pioggia tempestosa e scrosciante prese a cadere.

Ted si ritrovò in un attimo fradicio e, ansante, si mise in pie­di, ché l'acqua già arrivava alle caviglie.

Sguazzando, s'incamminò in cerca d'un riparo, mentre il livello del liquido saliva veloce.

Quando fu immerso fino al petto protestò gridando:

- Finiscila con questo scherzo imbecille!

- Il signore vuole stare all'asciutto?

- Tu che dici?

Un brontolio precedette il terremoto. Ted si sentì mancare il terreno sotto i piedi e cadde nell'acqua.

- Figlio di puttana! - gridò annaspando in preda al panico.

E senza avvedersene si ritrovò disteso sulla riva di una terra che, lenta, continuava ad alzarsi.

La pioggia cadeva torrenziale nel grande mare che, evidentemente, diveniva sempre più profondo.

Ted riprese lentamente fiato.

L'ambiente era aspro e magnifico, disegnato dai profili scolpiti dei graniti e dalle fragili trame dei calcari.

- Arricchiamo la scenografia? - Propose Mortimer.

- Un altro scherzo e ti disattivo - Minacciò Ted.

Il Master non rispose, ma la superficie del terreno prese lenta­mente a brulicare e Ted, allarmato, balzò in piedi.

Chiazze di verde chiaro s'andavano allargando fino a congiungersi e coprire l'intera superficie del terreno; arbusti, veloci, s'in­nalzavano ramificandosi e presto il suolo fu ricco di alberi e di piante.

- Il luogo è di vostro gradimento? - Chiese il Master.

- Non c'è male - disse Ted - Anche se ho in mente di riprogramma­re il tuo gusto teatrale: tendi a scivolare nel melodrammatico.

- Come il signore desidera.

- Bhè, già che ci sei mettiamoci qualche animale ...

Il muso di un piccolo roditore spuntò da dietro un cespuglio e poi svanì veloce. Un grande uccello s'alzò dal fogliame e, batten­do le ali corvine, s'allontanò sul mare.

- Un vero paradiso - approvò, sincero Ted.

- Ho pensato - interloquì il Master - che il signore gradirebbe la presenza di qualche pacifica tribù amazzonica per completare il colore della rappresentazione.

- Che sia pacifica.

Ted si sedette all'ombra d'un alto albero, contemplando il mare, che due indigeni solcavano pagaiando dalla canoa.

Sentì gli occhi pesanti e sbadigliando si stirò.

- Mortimer?

- Signore?

- La luce, sono stanco.

L'astro s'abbassò arrosando l'orizzonte.

Ted, approvando s'assopì.

La sera di quel sabato gli ammiragli di Hashtart stesero i piani della deportazione.

 

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