fantascenza

swollenfeet

- No, David, non te lo posso permettere.

David Swollenfeet si trattenne dal rispondere e si limitò a guardare fisso negli occhi il suo interlocutore, il professor William Schott, direttore del progetto.

- Cerca di capirmi, David, la nostra è un’indagine rigorosamente scientifica e senza mettere minimamente in discussione la tua competenza - santiddio, sei con me da tre anni! – non possiamo mischiare con essa questioni personali. Rischi ce ne sono, calcolati e non – dio solo sa quanti! – e non possiamo permetterci che implicazioni emotive scatenino reazioni indesiderate e imprevedibili. Lo capisci, no? … Oh Cristo, non guardarmi così!

Schott scattò in piedi e s’avvicinò alla grande finestra panoramica che s’affacciava sulla baia dal 137° piano. Molto più in basso un jumboscafo si posava con mastodontica leggerezza sulla spuma di quel mare azzurrissimo.

- Mi spiace, David.

- A me spiace che lei non si fidi di me – rispose basso e profondo David, e sorpreso egli stesso dal suo recitativo, si trattenne dal voltare il capo per cogliere l’effetto delle sue parole.

Fu il professore questa volta a fissarlo.

- Questo non è giusto, David. Tu non mi chiedi di sperimentare il polmone entropico. Tu mi chiedi di utilizzare il polmone per rimandarti al 31 dicembre del 996. Ma santiddio, David, in realtà non ne sappiamo ancora nulla dei viaggi nel tempo, di quali possano essere gli effetti di un’interferenza col passato. Per quanto ne sappiamo una qualsiasi alterazione del tessuto storico potrebbe far svanire il presente così come lo conosciamo e tu mi chiedi di rimandarti al momento della tua nascita, in pratica di causare deliberatamente e scientemente un paradosso temporale!

- Non ho alcuna intenzione di interferire col mio passato né col passato di nessuno – protestò David incuneandosi nella sottile crepa che aveva avvertito nell’interlocutore – Io, invece, credo che ci sia una coincidenza di interessi tra la nostra ricerca e la mia indagine personale. Ci pensi, professore: l’incontro con me stesso al momento della mia nascita rappresenta un paradosso al più basso grado di rischio. Le possibilità di alterazione del painting temporale sono riferibili solo a me viaggiatore e, d’altra parte, c’è solo una persona più consapevole e competente di me per questo incarico: lei stesso professore – Sentiva di aver fatto centro ed azzardò un conclusivo – Bisognerà pure studiarli questi benedetti paradossi temporali!

Il professore s’era girato e lo guardava ora socchiudendo leggermente gli occhi.

- Dottor Swollenfeet, lei è un insopportabile testardo – il cambio di tono era un buon segno – Specie quando si ostina a cercare una ragione qualunque …

- Ma …

- Ma soprattutto quando finisce per trovarla buona. Va bene, mi hai convinto, David. Parti domani alle sedici. Vatti a fare una bella dormita.

La torre del Centro si stagliava già lontana alle sue spalle: non se l’era sentita di tornare a casa e aveva lasciato che un passo seguisse l’altro su quel largo lungomare.

In quel punto l’oceano spumeggiava fragoroso fino alla base del muraglione di sostegno al marciapiede e David, con l’illusione di trovarsi ancora sul ponte di una nave, tornò con la memoria ai lunghi anni passati alla scuola navale dov’era giunto dall’istituto ancora bambino e da dove era uscito, con la borsa di studio della Marina, per il campus e i suoi studi col professor Schott …

Le lunghe ore consumate sulla coperta di una nave lasciandosi stordire dal salmastro del vento forte e dal cullare lento del rollio … e quel pensiero sfuggente e ossessivo … affiorante improvviso come la dorsale di uno squalo … Respirò a pieni polmoni: finalmente avrebbe saputo, finalmente libero.

Il volto del professor Schott entrò nel suo campo visivo di traverso, come fluttuante sotto il celeste carta da zucchero del soffitto.

- Allora David, trentuno dicembre 1996. Hai diciotto ore soggettive. Fai in modo di trovarti solo al momento del rientro se non vuoi passare per un fantasma. Quando sei laggiù osserva tutto quello che vuoi ma, mi raccomando …

Certo, professore – l’interruppe David senza riuscire a reprimere una venatura d’insofferenza – Eviterò in ogni caso qualunque interferenza.

- Quante volte te l’ho detto, David?

- Da questa mattina solo un centinaio di volte, professore.

- Bene, forse allora ho qualche fondata speranza che tu lo faccia. – e con un sorriso, prendendogli la mano nella sua – Ti auguro di trovare i signori Swollenfeet, ragazzo.

Il volto si ritrasse e David tentò di rilassarsi su quella sorta di poltrona odontoiatrica mentre il soffitto color corta da zucchero spirava verso il nulla.

- Cristo! – poggiò la schiena contro il tronco della vecchia quercia nei cui pressi si era materializzato e s’impose di respirare profondamente. Il piccolo parco prescelto come obiettivo era un tripudio di fiori e di bambini e solo per un fortuito caso la sua comparsa non aveva avuto testimoni – E per fortuna che ero io a non dover creare interferenze! – bofonchiò cercando di orientarsi. Qualcosa non andava in quel pomeriggio troppo caldo, troppo luminoso e troppo popolato …

- Merda! – Imprecò mentre il puzzle gli si andava ricomponendo nella mente e, deciso, s’avvio lungo un vialetto che conduceva fuori dal parco.

Un isolato più in là acquistò un giornale.

- Sedici maggio millenoventonovantasei – lesse sarcastico ad alta voce – Dalché si deduce, caro professor Schott – soggiunse a denti stretti – che la sua matematica tetradimensionale è una vera schifezza.

Con rabbia cestinò in un cassonetto della spazzatura il giornale e il pesante giaccone, del tutto incongruo in quel tepore di primavera avanzata, pensando al che fare.

Maggio, oltre sette mesi prima del tempo e diciotto ore a disposizione.

Più per scrupolo che per altro verificò sull’elenco telefonico di una cabina pubblica l’esistenza d’un qualche utente con quel nome, Swollenfeet, o con qualcosa di simile Swallenfyt, Swolenfit, Swalenfeet. Tutto inutile. Del resto, qualcuno, la polizia, i servizi sociali, quantomeno l’amministrazione dell’ospedale o per essa qualche agenzia di recupero crediti, doveva aver tentato il trentuno dicembre di quell’anno di rintracciare i parenti di quel neonato e, se nessuno c’era riuscito, evidentemente non dovevano essere in città.

Chissà cosa aveva portato quella povera donna a crepare di parto, sola, in quella città estranea e con quel nome, Swollenfeet … se era davvero il suo nome, si chiede ciondolando da un isolato all’altro.

Bighellonò per ore smaltendo la delusione in attesa del ritorno.

- Come ti chiami?

- David. Perché?

- Così … rispose la ragazza con un’alzata di spalle mentre si riannodava la camicetta sotto il seno.

S’erano abbordati in un bar anonimo di un’altrettanto anonima strada, lui al quarto bourbon e lei, la cameriera, con l’angoscia “prêt à porter” dei suoi vent’anni.

Una storia come tante, la sua. Sei mesi prima era partita in cerca d’avventura da Sadieville, Kentucky, lasciandosi alle spalle una massaia alcolista, un patrigno brutale e, soprattutto, lo stolido conformismo della provincia americana.

Sei mesi le erano bastati.

E quel ragazzo – oggi – seduto in fondo al bar – David si chiama. David – aveva gli stessi occhi che lei vedeva allo specchio ogni mattina … anima dolente, anima gemella … L’aveva seguita, senza che avessero bisogno veramente di parole, su, nella sua camera mobiliata al termine del turno di lavoro … Sesso, una stordente vibrazione simpatica …

- Tra un po’ devo partire.

Non disse nulla, sapeva che non sarebbe tornato.

Un’ora dopo, già sulla porta, David si fermò inquieto e si volto a guardare la ragazza.

- Che c’è? – chiese lei perplessa.

Non l’avrebbe mai più rivista, lo sapeva. Inesorabile, definitivo … Confusamente cercò la traccia di un legame:

- Hai mai sentito qualcuno che si chiami Swollenfeet?

- Come?

- Swollenfeet. E’ il mio cognome – spiegò David.

- No – scosse la testa la ragazza sorridendo – Perché?

- Oh, niente – fece lui evasivo – è una mia ricerca – ed uscì.

In strada segnò il nome della ragazza – Janet Gallun – su un foglietto di carta che ripose nel portafoglio e si chiese se domani avrebbe resistito alla curiosità di sapere cosa avesse fatto lei in quei venticinque anni, se avesse poi sposato un buon marito mettendo al mondo una nidiata di figli o cosa e – sorrise – se avesse conservato un barlume di memoria per lui.

Respirò profondamente, la rabbia e la delusione erano ormai svaporate e, architettando qualche salace battuta per il professor Schott, ciondolò verso l’oscurità d’un vicolo e lì svanì.

Aveva perduto il lavoro tre mesi prima quando non aveva più potuto nascondere quella gravidanza. Non aveva neppure valutato la possibilità di un aborto: non comprendeva il perché, ma era come se quella vita che portava in grembo fosse improvvisamente divenuta un qualcosa di estremamente importante, la cosa più importante, l’unica cosa che contasse, il vero scopo della sua vita.

Niente di etico o di morale – giovane lupa gravida della foresta metropolitana – solo feromonico istinto, imperativo, assoluto.

I soldi erano finiti in fretta, tra breve avrebbe dovuto lasciare la stanza e il medico l’aveva messa in guardia sulla sua grave forma di anemia, sulla necessità di una corretta alimentazione e ora … ma ormai il bambino aveva sette mesi, ormai il bambino …

Non ricordava cosa fosse successo: dolore, solo un forte, lacerante dolore lì per la strada e poi volti, rumori e dolore e dolore e paura.

Luce, la luce, ed ora quella luce, brutale, accecante, e il sudore, il suo sudore e sempre il dolore e la voce, la voce che grida assordante, la sua – e gli occhi, verdi, dietro quella maschera verde … Occhi grandi, occhi dolci e una voce che sussurra alle grida, dolce e una mano che stringe una mano … il bambino, il bambino lontano … il cucciolo solo …

- Swollenfeet – in un filo di voce.

- Come?

- Swollenfeet. Si chiama Swollenfeet – e poi il silenzio, il buio, la pace.

La Farmer, la giovane infermiera del reparto maternità sorrise da dietro il vetro dell’incubatrice al bambino che urlava protestando tutta la sua energia in quei pugnetti chiusi.

- Non ti preoccupare, te lo curiamo amorevolmente – scherzo Norton, la caposala, e quindi si informò – Qualche notizia dei parenti o del padre?

Un velo passò davanti agli occhi verdi della Farmer.

- No. Probabilmente quella povera ragazza viveva sola in città.

- Un bel guaio.

- Già.

- Come si chiamava?

- Swollenfeet.

- Che razza di nome!

- Me l’ha detto … mi ha stretto la mano e me lo ha detto.

- Swollenfeet … suona ebraico – considerò la caposala allontanandosi.

Gli occhi verdi tornarono al bambino che sembrava ora essersi acquietato.

- Che ne dici bambino – sussurrò con la sua dolce voce – sei un figlio di David? Potrebbe anche essere, chissà … Sai cosa facciamo allora? – sorrise risoluta – Ti chiameremo David. Va bene, bambino mio?

 

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