Il piede e l'orma 3

BRIGANTI, RENITENTI E MALFATTORI

ai margini della patria

Fatta l'Italia

(lor signori)

si fecero gli italiani

(e dei lubrificanti

non era invalso l'uso)

 

 

Viva l’Italia!

Malgrado lo strame di etica e diritto della satrapia del nano, malgrado sia ridotta da stivale a stringa umoristica nel mondo, malgrado s’arranchi in coda al gruppo che s’inerpica sui tornanti del futuro, il grido si leva (certo, pure in reazione del feroce e volgare egoismo padano che siede fin nel governo) dal “Colle” al piano della programmazione televisiva.

E un vago sentimento patriottardo s’insinua oltre l’agone della pugna sportiva, ove mai aveva fatto difetto.

C’è un filo d’imbarazzo nei molti, nei tanti che, malgrado l’imprinting della quinta elementare gentiliana, malgrado la dose equina di nazionalismo del ventennio, han da sempre sentito semplice conoscente e non parente il “Colle”, la Patria e il tricolore.

E se questa è l’impronta italica che a differenza degli altri paesi contraddistingue l’espressione geografica che fa da marchio ad un famoso prodotto caseario, le ragioni non hanno cause biologiche, ma sono ben ancorate ai fatti.

Quel che si celebra - Stato e tricolore – nulla ha a che fare con la storia trimillenaria di penisola e isole comprese.

Si celebra che cosa?

La Roma dei Cesari e il diritto? L'alfabeto latino ed il Rinascimento? Francesco e Giulio II? Dante e la lingua della musica? La Commedia dell'Arte e l'arte?

No, si celebra il tradimento della rivoluzione di Pisacane, si celebra la resa di Garibaldi a Venafro, con l'esercito piemontese schierato alla battaglia e le cannoniere sabaude pronte alla bombarda su Napoli.

Non è l'Italia che nasce quel fatal 17 marzo 1861: è il Regno di Sardegna che s'ingrassa.

Col sovrano puttaniere (patrie tradizioni) che non s'incomoda neppure d'azzerare l'ordinale.

Regno d'Italia si chiama, ma scuola, uffici, fisco, esercito e leggi son quelle piemontesi.

Va bene, si dirà, non a tutti è dato d'avere fausti natali e se dal fluido seminale del coito risorgimentale c'è toccato in sorte la camilliana paternità sabauda, non di meno siamo pur sempre i figli di più antichi padri: noi discendiamo da quella stirpe d'eroi, santi, navigatori...

Ma a giudicar dai frutti dagli ultimi quindici decenni della storia patria, le mogli di cotanti padri hanno da essersi impegnate altrove in meno eclatanti ma altrettanto gratificanti industrie.

Pur spulciando diligentemente gli annali non si rintraccia, in centocinquant'anni, un solo fatto, se non solitario o d'un'eroica minoranza (che comunque, a posteriori, diviene gloria patria per gli ignavi) che giustifichi il gonfiare dei petti nel garrire dei tricolori.

Non v'è dubbio: questa è l'Italia di Cavour, percristo, non quella di Garibaldi!

E il Regno d'Italia, l'Italia di Cavour, nasce con sangue, col ferro e col balzello.

L'Italia del 1861 è un paese di miserabili... nel senso di derelitti, ma in buona parte anche nel senso dell'Hugo.

L'8% delle famiglie (oltre 394 mila con oltre 2 milioni e trecentomila uomini, donne e bambini) non arriva ad un reddito annuo di 1.000 lire e “Se potessi avere mille lire al mese” sarebbe ancora un sogno da signori. In compenso solo lo 0,03% delle famiglie (neanche 1.500) ha un reddito annuo che supera le 50.000 lire.

L'Italia del 1861 è fatta di terra, di terra amara, di terra altrui... per chi la lavora. L'agricoltura è poverissima e coinvolge in condizioni di vita spesso miserabili quando non subumane quasi il 70% della popolazione (quasi 15 milioni e mezzo di uomini, donne, vecchi e bambini). E l'industria? Coinvolge meno del 20% della popolazione e per un vero processo di industrializzazione bisognerà attendete il secolo venturo.

L'analfabetismo è al 78% e tra le donne sale all'84%.

 

Lu pani ndj strapparu di li mani

lu pani nostru o patri e mo languimu

simu trattati peju di li cani

pagamu supra l'acqua chi mbivimu

la curpa eni ca fummo liberali

l'Italia fatta ndi portau sti mali

(da una canzone popolare del sud d'Italia)

 

Questo è il Paese di cui ci parla la storia patria tronfiando dalla toponomastica delle nostre strade e dai bronzi nelle nostre piazze dei Sella, dei Minghetti e dei Ricasoli. dei Depetris, dei Crispi e dei Nicotera.

La storia della nostra toponomastica e dei nostri bronzi, la storia del pattume agiografico in concorrenza col pattume padano, ha un suo cuore... meglio sarà parlare di “centro”... ha il suo centro in quel Parlamento e in quei governi, figli liberali dello Statuto Albertino. Ha un centro e ha un margine, ha i margini slabbrati e sfilacciati di chi la storia per ventura l'intraversa solo nel computo dei caduti.

Di liberali e liberalità s’ammanta la storia di questa Patria sabauda.

E il centro, per sé, liberale lo è davvero. Con la destra e la storica sinistra che democraticamente si battono sugli scranni torinesi, fiorentini e infine romani. Sino al “trasformismo” del Depretis e a quella prima balena bianca che tra scandali, pruriti coloniali e regno dei furbetti condurrà all’era giolittiana.

Liberale era il centro. E il margine dolente?

Ma quanta parte dell’espressione geografica era entro le mura della cittadella liberale e quanta, di contro, ne era ai margini, all’esterno?

Alla democratica elezione del primo Parlamento erano ammessi al voto poco più di 400.000 maschi possidenti, cioè coloro che, per censo, dovevano pagare non meno di 40 lire di imposta. Di questi ne votarono meno di 240.000, l’1,08% della popolazione che aveva la ventura di tirare a campare sui territori del regno (oltre 22 milioni)

(Nel 1882 la legge Zanardelli abbasserà l’imposta a 19,8 lire allargando il corpo elettorale al 6,8% del totale della popolazione)

E’ quell’1,08% che si stringe a coorte, sono quelli i fratelli d’Italia.

E gli altri?

Gli altri son figli della “serva Italia, di dolore ostello”. Sono l’oggetto della celebre frase di Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio, quella dell'“Abbiamo fatto l'Italia ora dobbiamo fare gli italiani” e che pronostica per almeno due generazioni degli “altri” null’altro che il ruolo del concime.

E i liberali democratici albertini ci s’industriarono con scrupolo per dare corpo all’illustre vaticinio.

Già tra il settembre del ’60 e l’agosto del ’61 i 120.000 soldati regi che nel sud del paese a Venafro s’erano sostituti alle camice rosse (il Nino Bixio di Bronte ne era stato precursore), fucilano 8.964 distratti che non s’erano accorti d’essere stati liberati, ne feriscono 10.604, ne fanno prigionieri 6.112, ne arrestano 13.529 (dati ufficiali nel nuovo Regno d'Italia)

Non solo, dopo un anno di stato d’assedio proclamato nelle province definite “infette”, con la legge (dal nome del suo promotore, il deputato abruzzese Pica) la 1409 del 1863, istituiti i tribunali militari, s'aggirava l'impiccio della precedente abolizione della pena di morte per i reati politici, s'autorizzavano le milizie volontarie per la caccia ai briganti, con premi in danaro per ogni brigante arrestato o ucciso. C'era la deportazione per chiunque si fosse unito, anche momentaneamente, alle “bande brigantesche”. C'era il domicilio coatto per i vagabondi e le persone senza occupazione fissa. E in sovrapprezzo nelle province "infette" erano istituiti i Consigli col compito di stendere le liste dei sospetti briganti, sospetti che potevano essere arrestati o, in caso di resistenza, uccisi, dato che l'iscrizione, cioè il sospetto, di per sé era prova d'accusa.

La legge, ad onta della patria del diritto, aveva pure effetto retroattivo.

Briganti, lealisti, ma spesso semplici renitenti, ch'erano un cruccio del governo.

I rigori della legge Pica s'applicavano infatti ai renitenti alla leva militare, ai loro parenti e, persino, ai loro concittadini. Ottant'anni prima della Wehrmacht, le provincie ai margini del Regno conobbero la punizione collettiva per le colpe del singolo e il diritto di rappresaglia contro i paesi chiamati ad espiare la "responsabilità collettiva".

La legge Pica, fra fucilazioni, morti in combattimento ed arresti, eliminò da paesi e campagne circa 14.000 briganti o presunti tali. Fino a tutto il dicembre 1865, si ebbero 12.000 tra arrestati e deportati, mentre furono 2.218 i condannati.

Brutalità dei tempi, si dirà, qualificando ingeneroso lo sguardo moderno, figlio d'un'altra concezione dei diritti in capo alla persona.

Ma il senatore Ubaldino Peruzzi de' Medici (Ministro dei Lavori Pubblici dal 1861 al 1863, poi ministro degli interni nel '63 e '64. Sarà sindaco di Firenze nel '70) già in fase di discussione notò come il provvedimento fosse «la negazione di ogni libertà politica», mentre il senatore Luigi Federico Menabrea (Ministro della Marina dal 1861 al 1863 e ministro del Lavori Pubblici dal '62 al '64. Sarà primo ministro nel '67), inascoltato, proponeva, in alternativa al ferro e al piombo, come soluzione al malcontento popolare e alle insurrezioni, di stanziare 20 milioni di lire per la realizzazione di opere pubbliche al Sud.

E ancora, Giuseppe Ferrari (“L'onorevole deputato Ferrari, tutti lo sanno, è una delle illustrazioni del parlamento, ma non esprime senonché le sue idee individuali” Francesco Crispi, intervenendo alla Camera il 3 agosto 1862), deputato del Regno affermava nella seduta del 29 aprile 1862:

 

«Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.»

 

Mentre nel 1864, Vincenzo Padula (Presbitero, poeta e patriota cosentino) scriveva:

 

« Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l'immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. »

 

E se questo era il conio degli unificatori sulle “sicilie”, non meno gravoso era il basto per tutti i domiciliati ai margini.

Due furono le primizie con cui il Regno d’Italia si rappresentò.

La leva obbligatoria che la legge La Marmora, nel 1854 aveva introdotto nel Regno di Sardegna, fu estesa, a partire dal 1862 a tutti i nati nel 1842, con la conseguenza di privare le famiglie dell’unica ricchezza che potessero vantare: le braccia.

Quindi, per risanare il disavanzo dello Stato albertino, il conte Federico Luigi Manabrea, lo stesso che, per il sud, al piombo avrebbe preferito un metallo da conio, promosse la tristemente nota tassa sul macinato.

Dall'1 gennaio 1869 al 1884, prima coi signori della destra e poi con quelli della sinistra storica, i mugnai divennero esattori. All'interno d'ogni mulino era applicato un contatore meccanico dei giri dalla macinatrice. La tassa era dovuta in base al numero di giri e al cereale macinato: due lire per un quintale di grano, una lira per il granturco, la segala e l'avena, cinquanta centesimi per la castagna.

Se l'imposta che si paga sul consumo e non sul censo ha già venature intrinseche d'iniquità, l'incidere sì pesantemente, come fece quella sul macinato, sui prezzi del pane e dei cereali, ovvero sulla principale se non unica fonte di nutrimento dei fratellastri d'Italia, significò accanirsi su plebi che d'abbondante non avevano altro che la fame.

Spontanei, forti e prevalentemente femminili, furono i tumulti, le rivolte, gli assalti ai forni, ai depositi di grano.

Dalla Romagna, all'Emilia, dalla Toscana alla Campania la repressione fu dura e violenta con arresti di massa e morti ammazzati, con i provvedimenti d'urgenza del 1876 di Giovanni Nicotera, garibadino un tempo e ora feroce ministro di polizia, che qualificano “malfattore” e pari al maffioso e al camorrista chi le ragioni della plebe sostiene.

Nel centocinquantennale non c'è memoria di chi, dolente, ha popolato i margini, di chi attonito ha subito una Patria.

E ancora non c'è memoria vera e non c'è giustizia per Pisacane, Mameli, Ricciotti, per i Bandiera, e per tutti i ragazzi che la vita se la sono giocata per un sogno, un'idea, o una follia, ma non per l'italietta feroce della banca romana.

Non c'é memoria e non c'é giustizia, perché è ai margini della storia e della patria, anche se campeggia al centro della piazza di ogni cittadina, anche se ha dormito in ogni casa del paese, chi quel fatal 17 marzo 1861 il risorgimento lo ha perduto.

 

Procurate di farvi forte perché credo che sia tempo di lavorar molto per la causa della giustizia, di cui siete una colonna.

E' questo un periodo di risveglio per l'umanità.

Il cammello popolare è stracarico e si scuote, per gettar via il peso con cui il privilegio lo ha affastellato … e assomato.

Caprera, 23 settembre 1871

 

Questo è quello che Giuseppe Garibaldi scriveva a Michele Bakunin, al russo visionario che aveva eletto l'Italia a sede per il riscatto dell'umanità.

Era in quegli anni, infatti, che i cuori nobili e gli spiriti generosi si dovevano spingere al limite dei margini per puro amore di giustizia.

 

Noi viviamo in una società di tiranni e di vittime. Sdegnando di essere i primi, non acconciandoci ad essere le seconde, abbiamo scelto un posto di combattimento e siamo dei ribelli. (Enrico Malatesta)

 

Ed è in nome della giustizia che gli internazionalisti conoscevano il carcere, la deportazione, il manicomio, l'insulto e la calunnia.

 

Nel nome di malfattori io e i miei compagni non ci occupiamo. Teniamo peraltro conto di questo: quegli stessi borghesi che un secolo fa erano chiamati dalla nobiltà straccioni e senza braghe, oggi, saliti al potere, per mezzo dei loro rappresentanti ci chiamano malfattori e peggio che malfattori. Ebbene: questo titolo lo accettiamo come fece un giorno la borghesia, e chi sa che, un giorno, come la croce da strumento d'infamia divenne simbolo di redenzione, questo nome di malfattori dato a noi e da noi accettato, non indichi i precursori di una rigenerazione novella (Andrea Costa dal banco degli imputati nel processo di Bologna del 1876).

 

La storia degli anniversari, come vediamo, non ha fatto giustizia e i tiranni grondanti le lacrime, il sudore e il sangue delle italiche genti restano i padri di quella patria matrigna.

E qualcuno si sgomenta che i servi non siano mai divenuti cittadini!

Ma comunque, ai margini, quel canto di rivolta, fecondo controcanto, col proprio sangue ha scritto un'altra storia.

 

Salutiamo il nostro compagno di scuola. Fu qui nella sua prima gioventù, biondo e roseo. Non aveva avuto danaro assai per fare i suoi studi regolari: non poteva essere iscritto. Era solo un uditore: ma udiva Giosuè Carducci. Sacro uditorio era questo. Vi si preparavano i militanti e i confessori, gli eroi e i martiri.

Roma era da poco nostra. Nostra per che? Per che, se non bandire al mondo la parola della libertà? E si cominciava così, col dichiarare sospetti di malaffare e addirittura malfattori quelli che a Roma risorta chiedevano le tavole della nuova legge, la luce dei nuovi diritti, il morem pacis, da insegnare ai popoli. Quel giovane sospetto continuò la sua vita. Se la meta non raggiunse, egli poté vedere, a grandi bagliori, l'aurora di tempi novelli. Considerate la condizione d'ora degli operai e paragonatela a quella d'allora; vedete quanto industriarsi e affannarsi insolito di legislatori intorno al lavoro! Quanto diritti riconosciuti al popolo! Quanto doveri assunti o almeno confessati dallo Stato! Tutto questo progresso si deve, per gran parte, a quel nostro compagno di scuola. Benedetto! (Giovanni Pascoli, commemorando Andrea Costa all'Università di Bologna nel 1910)

 

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