Il piede e l'orma 4

L'IMPERO DIMENTICATO

le impronte digitali degli italiani in libia

Moustapha Akkad, regista siriano di origine e statunitense per nazionalità, morto in Giordania, vittima di un attentato filo irakeno, nel 2005, gira nel 1979 un film di 150 minuti intitolato “Il leone del deserto”.

Il film, in perfetto stile hollywoodiano, ha un cast di primordine.

Ad uno straordinario Antony Quinn, si affiancano Oliver Red, interprete di un gelido Rodolfo Graziani e Rod Steiger, nella parte di un irato e nervoso Benito Mussolini. Nel cast, poi, troviamo due grandi interpreti italiani, Gastone Moschin e Raf Vallone, nella parte di due ufficiali dell’esercito regio.

Il film viene proiettato l’anno successivo nelle sale di tutto il mondo con grande successo di pubblico e di critica. In proposito lo storico inglese Denis Mack Smith scriverà: “Mai prima di questo film "Il leone del deserto", gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l'ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore....Chi giudica questo film col criterio dell'attendibilità storica non può non ammirare l'ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione.”

Il film viene proiettato in tutto il mondo, ma non in Italia.

L’allora sottosegretario agli esteri, onorevole Raffaele Costa denunciò il film per “vilipendio alle forze armate”, arrivando ad impedire la proiezione nelle sale del paese in quanto il film sarebbe stato “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”.

Nel 1982 l’Ufficio stampa del Ministero degli Affari esteri italiano emetteva in proposito un comunicato stampa, nel quale si affermava: “La rappresentanza italiana a Tripoli è stata invitata ad esprimere alle autorità locali il disappunto dell’Italia per la programmazione, nei circuiti interni e internazionale, e particolarmente negli Stati Uniti, del film finanziato dal Governo libico Il leone del deserto, di impostazione fortemente anti-italiana. Lo afferma l’on. Raffaele Costa, sottosegretario agli Esteri, rispondendo ad una interrogazione del deputato missino Olindo Del Donno il quale aveva lamentato come la pellicola, nel rievocare la storia di un patriota libico giustiziato dagli italiani nel 1912 (in realtà siamo nel 1931), lanciasse violente accuse nei confronti del soldato italiano, trattato come sanguinario. Costa rileva altresì come la pellicola rispecchi una impostazione le cui motivazioni possono essere considerate di tipo politico propagandistico, facendo rilevare come il giudizio sul soldato italiano, nell’impresa libica come nelle guerre mondiali, sia ormai storicamente definito e non appaia suscettibile di revisione tantomeno attraverso una pellicola cinematografica”.

Il film non è mai entrato nella programmazione delle sale italiane e tuttora è acquistabile solo dall’estero.

Ma di cosa parla Il leone del deserto?

Il film è incentrato sulla figura di Omar al-Mukhtar, il leader religioso, politico e militare che ha guidato la resistenza del popolo libico contro l'occupazione italiana del Gebel cirenaico.

Il film è costruito intorno alla sua figura, e racconta il periodo più drammatico della repressione italiana in Cirenaica, repressione che culmina con la cattura e l’impiccagione di Omar al-Mukhtar.

Tra il 1929 e il 1931 Badoglio e Graziani utilizzarono ogni mezzo per soffocare la rivolta guidata dalla Senussia (confraternita musulmana che vedeva al suo comando in Cirenaica sin dal 1922 Omar al-Mukhtar), dalla deportazione in massa delle popolazioni del Gebel cirenaico, alla costruzione di 15 lager in pieno deserto, fino alla creazione di 300 chilometri di barriera di filo spinato tra Bardia e l'oasi di Giarabub. Badoglio e Graziani, facendosi scrupolosi interpreti della volontà del governo italiano, realizzarono una campagna di distruzione metodica e sistematica, che ha causato la morte di non meno di 60 mila persone (su un totale di 100.000 deportati). Una campagna fatta di bombardamenti aerei indiscriminati con ampio impiego di gas asfissianti (in particolare iprite), di mitragliamenti aerei altrettanto indiscriminati, di eccidi ed esecuzioni sommarie, di stupri e violenza di ogni tipo.

Una campagna che ha assunto i connotati di una vera e propria pulizia etnica, con i 100.000 indigeni del fertile Gebel mandati a morire a centinaia di chilometri di distanza nel deserto per far posto ai coloni dell'imperialismo straccione italiano cui quelle stesse terre venivano consegnate.

Una campagna che ha causato in undici anni una riduzione della popolazione di 83.000 unità su un dato complessivo iniziale di 225.000 abitanti (il 36,88%), la distruzione dell’87,75% degli ovini, del 96,54% dei cammelli, del 92,86% dei cavalli e del 44,45% degli asini.

Una campagna che verrà replicata dagli stessi attori, se possibile con ancora maggiore ferocia, qualche anno dopo nel corno d'Africa e che susciterà l'emulazione di altri eserciti e di altri paesi, in primo luogo della Germania nazista, che arriverà ad impiegare gli stessi metodi nell'Italia occupata nel biennio 1943-1945.

Una campagna cui per quasi tre anni i male-armati guerriglieri libici (mai più di 3.000) riescono a resistere, finché, nel 1931, Omar al-Mukhtar viene catturato e la resistenza distrutta.

Questi fatti sono noti – certo, non al pubblico italiano – ed acclarati.

Le documentazioni e gli studi – ricordiamo l'instancabile lavoro di studiosi come Angelo Del Boca, Guido Valabrega, Enzo Santarelli, Giorgio Rochat, Roman Rainero, Luigi Goglia – sono tali da potersi definire incontrovertibili, eppure l'involontario assurdo storico, logico e intellettuale contenuto nel citato comunicato stampa del Ministero degli affari esteri del 1982 “... facendo rilevare come il giudizio sul soldato italiano, nell’impresa libica come nelle guerre mondiali, sia ormai storicamente definito e non appaia suscettibile di revisione tantomeno attraverso una pellicola cinematografica” impregna l'idea che l'italiano medio ha della storia del suo paese e, in ultima analisi, di se.

Meno di ventiquattro mesi di lotta partigiana, condotta da una eroica minoranza della popolazione, hanno consentito ad un intero popolo, connivente e complice con il regime fascista, di autoassolversi impunemente ed impudicamente senza fare i conti con la propria storia e le proprie responsabilità.

L'Italia non ha avuto la sua Norimberga.

Nessuno è stato mai chiamato a rispondere dei crimini di guerra e contro l'umanità sistematicamente perpetrati dagli italiani nelle colonie.

Né Graziani né tanto meno Badoglio che, dopo la fine delle operazioni in Africa orientale, tornò in Italia e a Roma si fece costruire una casa in via Belgio del costo di tre milioni dell'epoca e ottenne uno stipendio di circa settecentomila lire al mese. Grazie alla protezione del governo americano sfuggì ad ogni processo (gli etiopi volevano processarlo come criminale di guerra), morì ricchissimo e, addirittura, è entrato nella denominazione del paese natale, Grazzano Badoglio, in provincia di Asti.

Per i massacri di civili, la distruzione di interi villaggi, l'uso sistematico di armi chimiche, la distruzione delle colture e del bestiame, le deportazioni e i campi di concentramento, per le esecuzioni sommarie, gli italiani non solo non hanno mai pagato, ma non sono neppure mai stati messi sotto accusa.

Questo ha contribuito a creare il mito degli “italiani brava gente”.

Oggi, in Italia, è facile associare l’esercito italiano all’allegra comitiva dei personaggi di Mediterraneo, il film di Gabriele Salvatores vincitore di un Oscar nel 2002.

E' consolatorio pensare al soldato dal cuore tenero, un po' cialtrone ma generoso. Al colono italiano, geniale e instancabile costruttore di strade, ma tanto tontolone da non accorgersi dell'oro nero che si nascondeva sotto la sabbia.

L'Italia non ha fatto i conti con la propria storia, non ha avuto la sua Norimberga e continua a rimuovere le proprie colpe, come dimostra il perdurante ostracismo verso un film come “Il leone del deserto”.

Ma tutto questo non è senza conseguenze.

I rigurgiti xenofobi e razzisti che si sono manifestati nel “bel paese” non appena l'Italia ha mutato il suo status da paese d'emigrazione a paese di immigrazione. L'escalation della legislazione repressiva e punitiva contro lo straniero. I disumani respingimenti in mare dei disperati, ricacciati verso un destino disumano e crudele. Tutto ciò è diretta ed immediata conseguenza di un presunto stato virginale che non ha bisogno di essere mondato di nessuna colpa.

“Noi non siamo responsabili. Noi non abbiamo colpe. E rendete grazie per la nostra benevola elemosina”.

Quella che segue è allora un'”orazione civile”, sono i protagonisti stessi di questa tragedia a parlare e sono le loro stesse parole ad assumere una feroce e scarna forma drammatica.

 

Primo movimento

 

L'INNO DEI CIVILIZZATORI

 

“Pestar sodo” (direttive impatite dal Mussolini al generale Bongiovanni nel gennaio 1923)

«Una spedizione di otto apparecchi fu inviata su Gifa, località imprecisata dalle carte a nostra disposizione, che erano dei semplici schizzi ricavati da informazioni degli indigeni; importante però per una vasta conca, ricoperta di pascolo e provvista di acqua in abbondanza. Ma senza oasi e senza case: un punto nel deserto. Fu rintracciata perché gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di sé un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l'incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavano gli apparecchi per un'altra spedizione. Ci si dava il cambio nelle diverse missioni. Alcuni andavano in ricognizione portandosi sempre un po'di bombe con le quali davano un primo regalo ai ribelli scoperti, e poi il resto arrivava poche ore dopo. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti alla loro fame» ( da “Memorie di Guerra” di Vincenzo Biani - Distruzione di Gife, piccola oasi tra la costa mediterranea a sud di Nufilia e la catena dei monti Harugi, avvenuta nel 1928)

«A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l'apparizione dei nostri apparecchi perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più" (il generale Cicconetti commenta agli attacchi condotti con bombe chimiche nel gennaio-febbraio 1928)

"Continui rastrellamenti e vedrà che salterà fuori ancora qualcosa. Si ricordi che per Omar al-Mukhtar occorrono due cose: primo, ottimo servizio di informazioni; secondo, una buona sorpresa con aviazione e bombe iprite. Spero che dette bombe le saranno mandate al più presto" (scrive Badoglio il 10 gennaio 1930 al vicegovernatore Siciliani)

«Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica. Urge dunque far rifluire in uno spazio ristretto tutta la popolazione sottomessa, in modo da poterla adeguatamente sorvegliare ed in modo che vi sia uno spazio di assoluto rispetto fra essa e i ribelli. Fatto questo allora si passa all'azione diretta contro i ribelli» (scrive Badoglio il 20 giugno 1930 a Graziani)

" La ribellione si impernia su di un uomo che gode di un'autorità e di un prestigio assoluti. Omar al Mukhtar non divide il suo potere con alcuno. Ha solo luogotenenti devoti e disciplinati. (...) In tutti i momenti ed in ogni circostanza la sua sola ferma volontà detta legge. E' abilissimo come comandante e come organizzatore" (dalla relazione di Badoglio a De Bono inviata nel luglio 1930)

«1) Riunire tutti i parenti dei ribelli in uno stretto e molto sorvegliato campo di concentramento, ove le loro condizioni siano piuttosto disagiate.

2) Arrestare nelle varie cabile ed in Bengasi i notabili che notoriamente hanno esplicato azione contraria a noi e mandarli al confino in Italia» (istruzioni diramate da Badoglio il 16 luglio 1930 a Graziani)

«Avevamo contro di noi tutta la popolazione della Cirenaica che partecipava alla ribellione: da una parte, allo stato potenziale, i cosiddetti sottomessi; dall'altra, apertamente in campo, gli armati. Tutta la Cirenaica, in una parola, era ribelle» (così racconta Graziani nel 1932)

«Tutti i campi furono circondati da doppio reticolato; i viveri razionati; i pascoli contratti e controllati; la circolazione esterna resa soggetta a permessi speciali. Furono concentrati nel campo di el Agheila tutti i parenti dei ribelli, perché più facilmente portati alla connivenza [.] I capi e le popolazioni refrattarie e sorde ad ogni voce di persuasione e di richiamo ricevevano così il trattamento che si erano meritato. Il rigore estremo, senza remore né tregua, cadeva inesorabile su di esse» (memorie di Rodolfo Graziani)

«Roma, 27 ottobre '35. A S.E. Graziani. Autorizzato gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco. Mussolini»

«Roma, 28 dicembre '35. A S.E. Badoglio. Dati sistemi nemico autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini»

«Roma, 5 giugno 1936. A S.E. Graziani. Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Per finirla con i ribelli...impieghi i gas. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Mussolini.»

«Roma, 8 luglio 1936. A S.E. Graziani. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare et condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma. Mussolini.»

“Nella giornata di oggi aviazione compia rappresaglia di gas asfissianti di qualsiasi natura su zona dalla quale presumesi abbia tratto armati senza distinzione fra sottomessi e non sottomessi. Tenga presente V.E. che agisco in perfetta identità di vedute con S.E. Capo Governo”(telegramma di Graziani al generale Alessandro Pirzio Biroli)

“Dal giorno 19 at oggi sono state eseguite trecentoventiquattro esecuzioni sommarie tuttavia con colpabilità sempre discriminata e comprovata (ripeto trecentoventiquattro). Senza naturalmente comprendere in questa cifra le repressioni dei giorni diciannove e venti febbraio. Ho inoltre provveduto a inviare nel campo di concentramento colà esistente fin dalla guerra numero millecento persone fra uomini, donne e ragazzi.” (telegramma di Graziani a Mussolini)

«La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia su tutti i paesi del Lasta...Bisogna distruggere i paesi stessi perché le genti si convincano della ineluttabile necessità di abbandonare questi capi...lo scopo si può raggiungere con l'impiego di tutti i mezzi di distruzione dell'aviazione per giornate e giornate di seguito essenzialmente adoperando gas asfissianti» (ordini Graziani nel 1937, prima di essere sostituito in Etiopia dal Duca Amedeo d'Aosta)

“Noi abbiamo l'esercito coloniale migliore del mondo” Graziani

« ... lasciare le popolazioni nei loro territori di origine e dare ampia libertà di azione alle truppe per scovare e annientare i ribelli ovunque si trovassero. Non mi sfuggivano le tragiche conseguenze cui avrebbe condotto questo metodo perché conoscendo a fondo l'ignoranza delle popolazioni beduine, e l'opera su di essa compiuta dalla propaganda senussita, ritenevo che esse sarebbero state indotte a persistere nell'errore e a continuare a rifornire le masse armate di viveri, uomini, armi, donde sarebbe derivato lo sterminio pressoché totale delle popolazioni beduine della Cirenaica ...

La seconda via era quella di mettere le popolazioni in grado di non aver contatto con i ribelli ossia supplire con un intervento coattivo del Governo alla loro ignoranza e deficiente responsabilità risparmiandole agli orrori della guerra ... sarebbe stato meglio far sopportare a queste i disagi e le ristrettezze del concentramento ... anziché esporle allo sterminio. Questo spirito umanitario divenne oggetto di campagna diffamatrice nei confronti dell'Italia accusata di vilipendio e di offesa alla religione perché abbatteva i suoi templi, di atrocità e di ogni genere e perfino del getto dall'alto degli aeroplani di gente musulmana! Nulla di più spudorato ... Oggi quelle popolazioni a rischio sterminio sono avviate a raggiungere quel livello di vita civile ed economica che ingentilirà i loro costumi nobiliterà i loro cuori e costituirà il primo fattore della loro felicità. Marsa el Brega, Agheila, Sidi hamed el Magrum oggi hanno l'aspetto di piccoli villaggi. » Graziani

“ Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente quanto le sere in cui questo esame mi è accaduto di fare. So dalla Storia di tutte le epoche che nulla di nuovo si costruisce se non si distrugge in tutto o in parte un passato che non regge più al presente”. Graziani

 

 

Secondo movimento

 

LAMENTAZIONE

 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AL-AGAILA

(poema da “Diwan Alsha'bi” volume I pubblicato da Gar Younis University Press – tradotto dall’Inglese da Erika Lutrario e adattato da Severo Lutrario

Sceicco Rajib Ahmed Buhwaish Al-Manfi

(Stimato e influente studioso del Corano. E’ ritenuto un grande autore di poesia popolare libica. Il suo intero villaggio fu deportato ad ovest, nel campo di concentramento di Al-agaila, distante 400 chilometri. Lui soffrì le condizioni terribili del concentramento e le testimoniò scrivendo questo poema. E’ morto nel 1950 a Bengasi dove è sepolto)

 

La mia sola sofferenza è trovarmi nel campo di Al-Agaila, la prigionia della mia gente e la grande lontananza da casa.

La mia sola sofferenza sono le sfortune e le disgrazie senza fine, l’insufficienza delle razioni

e la perdita del mio cavallo rosso a macchie nere, un cavallo di quelli tenaci.

La mia sola sofferenza sono la mia ansia e preoccupazione per Akrma, Al-adem e Assqaif.

Ho grande desiderio del pascolo di Lafawat che, nonostante sia un arido deserto,

fornisce il nutrimento per i nostri tenaci cammelli.

Sento Akrma e Al-sarati. Sono la mia meta ed io sarei grato se potessi vivere abbastanza a lungo per raggiungerla di nuovo.

Quando ricordo quei posti, dimentico le mie condizioni attuali e le lacrime scorrono sotto la mia barba come un fiume.

La mia sola sofferenza è la mancanza di Matari Al-hrabi, il migliore dei miei amici.

Essi continuano a combattere tra i proiettili che arrivano da ogni parte. Cavalcano vivaci cavalli rossi.

Quando uno cade viene tirato su dai migliori dei suoi compagni. Loro apprezzano il suo aiuto.

La mia sola sofferenza è la perdita dei nostri uomini, il nostro immiserimento e la prigionia delle nostre donne e famiglie.

Il caparbio cavaliere che era solito catturare cammelli selvaggi ora si inchina a loro come una moglie sottomessa.

Obbediente come uno schiavo quando sbaglia.

Dobbiamo mostrare la nostra sottomissione giorno e notte. Spostiamo sporcizia, legna da ardere e acqua.

Che vita degradante!

Spero che nostro signore venga a salvarci e ci liberi dalla nostra miseria.

Obbediente come uno schiavo.

Ho dimenticato come ci si prende cura delle cose e il restare qui ha preso il suo tributo su di me.

Siamo deboli quanto chiunque può difficilmente sopportare

e nonostante ciò siamo costretti a sollevare e trascinare pesi come se fossimo abili e forti

La mia sola sofferenza è la perdita della mia amata, bella e forte gente in groppa ai cammelli e ai migliori cavalli.

Essa è costretta a sprecarsi in cose futili dinanzi ai miei occhi.

La mia sola sofferenza è dover perdere la mia dignità alla mia età avanzata

e la perdita delle nostre migliori persone, quelle senza cui non possiamo stare.

Persone come Younis che compete con Abuzaid Al-hilali nel condurre la sua tribù.

Persone come Imhemid, Abdalkareem Al-azaila e Buhussein, che persona generosa e amabile era!

Persone come Al-aood e suoi simili se ne sono andate tutte senza un appropriato addio.

La mia sola malattia è l'aver perso i nostri giovani migliori.

I fascisti li hanno presi come si prendono appuntamenti alla luce del giorno.

I nostri giovani stanno in piedi e affrontano ogni disonorevole malfattore.

Loro sono i fiori delle nostre famiglie e chiamarli codardi è un’idiozia che non scredita la loro reale reputazione.

La mia sola malattia sono i pericoli della strada e la mia condizione è molto delicata.

Raggiungiamo casa con gli stomaci vuoti e l’essere stati torturati davanti alle donne

non aiuta la nostra autostima né le nostre prospettive future.

Siamo così poveri che non possediamo un fiammifero a testa.

La mia sola malattia è la tortura delle nostre giovani donne, con i loro corpi esposti.

Povere ragazze, non passa giorno che vengano lasciate sole e felici.

Loro calunniano anche le giovani signore nobili e ben considerate.

Un trattamento meschino e vergognoso che non è accettabile per le famiglie.

La mia sola sofferenza è la mia distruzione, la mia vanità ferita e la mancanza dei figli di Khiowa Matari,

Moussa e Jibreel gli ammaestratori di ogni cammello selvatico.

Dire che sono dei codardi frignanti non sminuisce il rispetto verso di loro.

La mia sola sofferenza è la spregevole reclusione con nessuno ad ascoltare il nostro lamento

e l'assenza di persone giuste e oneste. La giustizia difficilmente viene servita e lo sbagliato è più comune del giusto.

La mia sola sofferenza è che le mie figlie son costrette a fare lavori degradanti, che sono infelice in questo luogo

e che mi mancano quegli uomini che sono periti.

Lamento la cattura di Bu-atati. Si ha bisogno di qualcuno simile a lui e a cui colmare un cuore sofferente.

La mia sola sofferenza è la mancanza di difensori e alleati,

vedere come il mio discorso è divenuto sottomesso, l'umiliazione dei nostri nobili condottieri

e la mancanza del mio cavallo. Il suo corpo armonioso ricorda quello di una moneta d'oro nuova di zecca.

La mia sola sofferenza è sentire tutti i discorsi offensivi e crudeli,

che le nostre aspirazioni sono negate, la mancanza delle nostre eminenti e nobili persone

e che le nostre donne vengano spogliate e legate con le scuse più insulse.

Loro hanno commesso crimini inenarrabili contro queste donne.

La mia sola malattia è sentire le espressioni “picchiateli”, “non perdonateli” e “forzateli a lavorare”

Siamo costretti a vivere con persone sconosciute. Che brutto genere di vita!

La mia sola sofferenza è il perdurare di tutte le afflizioni e i disagi.

Siamo preoccupati anche per le nostre vite.

L'unico sostentamento che riceviamo sul “lavoro” è essere frustati! Che vita miserabile!

Quando hanno finito con gli uomini, spostano la loro attenzione sulle donne.

La mia sola sofferenza è la perdita di persone dolci e buone

ed essere comandati da persone grottesche le cui facce impassibili non mostrano nulla se non miseria.

Quanti saldi ed ostinati giovani sono stati torturati e frustati tanto che ora sono confusi e frustrati.

Spezza il cuore vederlo in così giovane età.

La mia sola sofferenza sono i cuori spezzati, le lacrime cadenti

e tutta la folla senza qualcuno che la protegga e si prenda cura di lei.

I pastori hanno legato i migliori tra i loro cammelli da monta

ed hanno lasciato i giovani cammelli accoppiarsi con le femmine.

La mia sola sofferenza è la detenzione dei nobili, la crudeltà dei miei giorni ed il 'Kabbo'

il cui dovere è colpire continuamente le brave persone.

Lui sta in piedi e ti urla contro con la sua lingua pungente e in un linguaggio zoppicante

Così che uno teme di venire giustiziato prima che abbia la possibilità di dare voce alle lamentele.

E quelli che sono privi di nobili origini sono ora i nostri padroni.

Con loro in giro difficilmente si può godere un momento di riposo. Loro tradirebbero e venderebbero chiunque,

anche coloro i quali non hanno niente a che fare con loro, per le ragioni più misere.

La mia sola sofferenza ... con le guardie nere e tutti i fili spinati arrotolati su pali di legno.

Siamo così senza aiuti e senza forze per tutto il lavoro estenuante che a volte speriamo che l'angelo della morte appaia!

La mia sola sofferenza è il rovesciamento delle mie fortune, il saccheggio delle mie proprietà

e le soffocanti e miserevoli condizioni di questo posto.

Il combattente che il giorno della battaglia era un rifugio ed uno scudo per il debole e il giovane

oggi sta chiedendo l'elemosina alle scimmie senza coda di questo mondo.

Ogni giorno mi sveglio dolendomi del trattamento ingiusto e la mia autostima è andata come una donnetta

non posso rompere queste manette.

La mia sola sofferenza è quanto sono invecchiato e quanto reticente sono diventato.

Non sopporto le ingiustizie, eppure le ingiustizie mi hanno seguito.

Mi mancano gli uomini di cui eravamo soliti vantarci, loro sono riservati e risoluti anche nelle peggiori condizioni.

Dopo il crollo e la resa, sono stato deportato una notte, una notte la cui oscurità avrebbe oscurato ogni lampo di luce.

La mia sola sofferenza è la mancanza dalla mia città natale

e il desiderare ardentemente le nostre abitazioni, verso occidente vicino Alsa'adi.

Io chiedo a Dio generoso, da cui dipendo grandemente, che ci sollevi rapidamente dalle nostre sofferenze.

Dio è eterno, Ra'i Elmjamen (Omar al-Mukhtar) è andato!!

Il nemico ha peccato ogni giorno come un tetro giorno senza fine.

Se fosse riuscito a salvarsi, sapremmo davvero davvero come realmente elogiarlo.

 

 

Terzo Movimento

 

LA DANZA DELLA GIUSTIZIA

 

"Gli occhi, vivacissimi, colpivano subito per una certa espressione di malizia e di furbizia. Aveva un che di grifagno, forse a causa della forma leggermente arcuata del naso e per la profondità delle rughe, che gli tagliavano la fronte fin sopra le ciglia e gli incorniciavano la bocca perdendosi nel mento, ma ne veniva fuori un'oscura nota di dolcezza che attraeva. A tutta prima, lo si poteva giudicare superbo ed orgoglioso, ma dopo un esame più attento ci si accorgeva che nella sua fierezza c'era molta nobiltà" (Livio Dall'Aglio, comandante delle Bande Irregolari Indigene di Apollonia dice di Omar al Mukhtar, consegnatogli dopo la cattura)

«Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e baffi bianchi, Omar al Mukhtar era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico ed irruente, disinteressato ed intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia» (Graziani dice di Omar al Mukthar)

"Cerca di stendermi la mano, ferrata, ma non lo può, perché non arriva. Del resto, non l'avrei toccata" (Graziani racconta a proposito dell'interrogatorio di Omar al-Mukhtar nella prigione di Bengasi tra l'11 e il 15 settembre 1931)

“I beduini sono come gli uccelli dell'aria, si accontentano di poco e trovano da mangiare anche dove non ce n'é” (risponde Omar al Mukthat a chi gli chiedeva come avessero resistito tanto)

 

1.Tribunale speciale di Bengasi (Atti segreti del processo ad Omar al-Mukhtar - Santarelli, Rochat, Rainero, Goglia, Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Milano, Marzorati, 1981, pp. 255-268)

Interrogatorio dell’imputato

L’anno millenovecentotrentuno il giorno quindici del mese di settembre in Bengasi nell’Ufficio d’istruzione delle Carceri Regionali.

Avanti a Noi Franceschino Dr. Giuseppe G. Istruttore e con l’intervento del P.M. in persona del R. Avvocato Militare Bedendo cav. uff. Giuseppe, Giudice Istruttore, assistito dal Cancelliere infrascritto è comparso il detenuto OMAR EL MUCTAR, il quale interrogato nelle sue generalità a mezzo dell’interprete Sig. Valenza Giovanni.

Risponde: Sono e mi chiamo Omar El Muctar e fu Aescia bent Mahareb di anni 73, nato a Defna, cabila Menefa, ailet Brahidan, beit Farhat coniugato con prole, alfabeta, incensurato, capo-zavia senussita a Gsur. [...]

 

2.Resoconto stenografico del dibattimento

Aperta l’udienza, il P.M. Avv. Bedendo chiesta la parola ricorda che oggi ricorre il genetliaco di S.A.R. il Principe di Piemonte e sicuro di essere il fedele interprete del sentimento della popolazione, invita questa a gridare il suo più fervido alalà.

Metropolitani e indigeni scattano in piedi applaudendo lungamente. Ristabilito il silenzio e fatto prestare il giuramento di rito all’interprete Sig... il Presidente Colonnello Marinoni domanda le generalità dell’imputato, il quale dichiara chiamarsi Omar el Muchtar di anni 74, nato a Giarabub, capo dei Door, chiestogli se sia stato condannato risponde negativamente, come pure esclude di sapere che a suo carico pendono dei mandati di cattura.

Dopo di ciò il Cancelliere tenente De Cristofano legge l’atto di accusa.

Si entra così nel vivo della causa.

Pres.: Tu hai combattuto e contro di chi?

Omar: Ho combattuto contro il Governo Italiano.

Pres.: A quanti combattimenti hai preso parte?

Omar: A molti e non posso precisare. Anche quelli cui non ho partecipato sono stati fatti per ordine mio.

Pres.: Hai sparato anche tu?

Omar: Sì, parecchie volte.

Pres.: Hai dato tu ordine di uccidere il Tenente Beati?

Omar: Esso è stato catturato e per qualche tempo ha vissuto con i dor. Un giorno mentre io ero assente, le truppe del Governo Italiano si sono avvicinate al dor ed allora i mehafdia lo hanno ucciso. La guerra è guerra, ed io non so dove sia seppellito.

Pres.: Tu avevi dato ordine che tutti i prigionieri fossero uccisi?

Omar: Per questo non detti l’ordine.

Pres.: Hai dato tu l’ordine di uccidere quelli che erano andati a riparare la linea telefonica a Gasr Benighden segnando così la ripresa delle ostilità?

Omar: Sì, ho dato l’ordine di uccidere quelli ed altri.

Pres.: Anche i carabinieri di scorta?

Omar: La guerra è guerra.

[...]

Pres.: Il tribunale vuole sapere per quale ragione sono state riprese le ostilità.

Omar: Perché il Governo ha diviso me da Sidi Redà.

Pres.: Avresti dovuto aspettare la risposta alla lettera da te mandata a S.E. Badoglio.

Omar: E’ venuta la risposta ma senza costrutto.

Pres.: E tu chi sei?

Omar: Io sono il rappresentante di Sidi Ahmed esc Scerif: i documenti però che comprovano questo mio asserto sono andati dispersi.

Pres.: Hai lasciato brevetti di ufficiale ai tuoi mehafdia?

Omar: Si.

Pres.: Hai sempre dato tu ordine di combattere?

Omar: In quanto ai primissimi combattimenti vi erano altri che comandavano. Io ho dato ordini per quelli di poco tempo prima dell’accordo e per quelli dopo l’accordo. Sono capo da dieci anni.

Pres.: Come sei stato catturato?

Omar: Il combattimento si iniziò verso Zuuia Beda. Io fui ferito e caddi sotto il cavallo che fu ucciso. I soldati del Governo allora mi hanno catturato.

Pres.: Dicesti il tuo nome?

Omar: Lo dissi subito.

Pres.: Avevi il fucile?

Omar: Avevo il fucile e sei caricatori.

Pres.: Hai fatto rapine, hai fatto razzie?

Omar: Si.

Pres.: Hai ordinato riscossioni di decime da parte dei sottomessi?

Omar: Prima sì, dopo no, cioè da quando le popolazioni sono state allontanate.

[...]

Avendo il Presidente chiesto ai Giudici, al P.M. e all’Avv. Difensore se hanno qualche domanda da rivolgere all’accusato, il Capitano Lontano chiede: "Hai mai percepito stipendio dal Governo italiano?".

Omar: No mai.

Difesa: Hai mai combattuto contro i Turchi prima della nostra occupazione?

Omar: Qualche volta.

Difesa: Sei stato educato dalla Senussia?

Omar: Fin dall’età di sedici anni.

Esaurito così l’interrogatorio dell’accusato il Presidente dà la parola al P.M. Colonnello Bedendo, il quale fra un religioso silenzio così inizia il suo dire:

 

L’arringa del P.M.

Con quel preciso intuito che tanto lo distingue scriveva S.E. il Generale Graziani nella sua prefazione di quel suo aureo libretto nel quale sono raccolte le conferenze tenute durante la permanenza di S.E. Lessona e dei giornalisti in Bengasi, libro che essendo stato distribuito gratuitamente io mi auguro che tutti abbiano letto.

"...vediamo così ogni giorno di più come vada sfumando la fama di quest’eroe di leggenda che sempre è in fuga nei momenti del pericolo". Se questa volta Omar Muchtar è stato preso lo si deve al fatto che egli era accerchiato dalle nostre valorose truppe e che gli è stato ucciso il cavallo che cercava di portarlo fuori dalla mischia.

Non a caso questo processo si celebra nell’ex Parlamento Arabo, oggi Palazzo del Littorio! S.E. ha voluto che qui si facesse per dimostrare chiaramente a tutti come la politica di altri tempi è tramontata.

Ha voluto che qui si faccia perché il maggior numero possibile di metropolitani ed indigeni ad esso partecipi sentendo le accuse che ad Omar sono addebitate e perché onestamente in sua coscienza lo possa giudicare così come farà il tribunale.

Molte sono le cose che potremmo qui dire ad Omar el Muchtar, ma noi vogliamo limitarci a procedere secondo i dettami della giustizia e non secondo quelli della curiosità e della vendetta.

Non è a dire che il Governo Italiano abbia abbandonato queste popolazioni al loro destino: varie volte esso ha scelto il momento propizio per tentare degli accordi, ma sempre la malafede vostra ha rotto i patti. El Beiada, Gars Beniyedem ne sono dei luminosi esempi ed invano oggi Omar corre ai ripari dicendo di aver scritto a S.E. Badoglio e di non aver avuta risposta esauriente.

Il forte Governo Italiano non mercanteggia la propria sovranità: esso fa tutt’al più delle concessioni. Peggio per coloro che tale gesto non apprezzano.

Tu hai detto che volevi vivere onestamente in questa terra. Tu ciò non hai voluto; perché alla sovranità del Governo Italiano ti sei ribellato. Tu hai dato l’ordine che a Gars Benigden venissero uccisi e seviziati i carabinieri di scorta ai lavori di riparazioni alla linea telefonica mentre tra noi vi era la pace.

Hai approfittato delle piccole guarnigioni per sorprenderle e ucciderle. Tu non sei un combattente, ma un bandito che ha sempre vissuto alla macchia. Il vero combattente uccide l’avversario in guerra, ma non lo sevizia, mentre tu hai seviziato i cadaveri dei nostri ufficiali e dei nostri soldati. Hai ucciso i nostri feriti. Non uno di essi ha fatto tra noi ritorno. Ti sei vantato in pubblica udienza d’aver partecipato a tutti i combattimenti: di averne dato l’ordine anche se non sei stato presente.

I tuoi gregari hanno attaccato le nostre truppe quando avevano prevalenza, ma tu sei sempre fuggito, così come in altri tempi i nostri demagoghi aizzavano i nostri lavoratori ed essi si tenevano celati per sfuggire al giusto castigo.

E che tu sia sempre scappato lo riprova la dichiarazione da te resa di essere stato anche altra volta ferito alla scapola, mentre ti allontanavi, da una scheggia di bomba lanciata dalla nostra gloriosa Aviazione, da quella Aviazione che secondo le tue stesse parole vi viene a scovare nelle vostre caverne, nei vostri Uadi e vi segue nelle vostre fughe. Tu sei sempre scappato; ne sono una riprova i tuoi occhiali; il tuo sigillo che in altro combattimento sono stati trovati nel posto: quegli occhiali che questa mattina durante il tuo interrogatorio hai avuto l’improntitudine di richiedere.

Non credo però che avrai ancora molto tempo da poter dedicare alla lettura. Hai dato ordine di uccidere i prigionieri: di queste uccisioni tu devi rispondere. Hai contrapposto alle forze armate del Governo Italiano che solo impera su questa Colonia, i tuoi gregari per strappare questa Colonia dalla Madre Patria; di questo reato dovrai rispondere. Hai effettuato rapine e razzie: di esse ancora dovrai dar conto.

El Beida - Gars Benigden, Ridotta Giona, Notaio Rognoni, Maggiore Bassi, Tenente Beati, Maresciallo Hubner e diecine e diecine di altri misfatti: queste sono le tue glorie. Di esse tra poco risponderai.

Hai detto che sei stato preso perché Dio questa volta ti ha abbandonato: se Esso ti ha lasciato, la Giustizia degli uomini ti ha raggiunto.

Non hai rimorso per ciò che hai fatto, per le condizioni nelle quali hai messe le popolazioni di questa terra. E sia: ciò ti riguarda.

Chiedo che il Tribunale, affermata la responsabilità del giudicabile in ordine ai reati ad esso ascritti voglia condannarlo per il reato più grave quello cioè di aver prese le armi per staccare questa Colonia dalla Madre Patria, alla pena di morte in essa restando assorbite le altre irrogande per i reati minori.

La richiesta del P.M. è accolta da un mormorio generale di approvazione prontamente represso dal Presidente.

Avuta la parola il difensore chiede che il Tribunale tenendo conto della età del giudicabile e del suo fanatismo religioso, voglia concedergli il beneficio delle circostanze attenuanti generiche.

Chiesto al giudicabile se ha altro da dire a sua discolpa, ed ottenuta risposta negativa, il Tribunale si ritira in Camera di Consiglio. Dopo mezz’ora rientra nell’aula ove tra un religioso silenzio il Presidente legge la sentenza con la quale ritenuto Omar el Muchtar responsabile dei reati ad essa ascritti lo condanna alla pena di morte.

Avendo l’interprete tradotta la sentenza al giudicabile questi dice: "Da Dio siamo venuti e a Dio dobbiamo tornare" al ché il P.M. soggiunge: "va bene, carabinieri portatelo fuori".

Il pubblico sfolla lentamente commentando favorevolmente la sentenza.

 

Epilogo

 

Solluch 16 settembre 1931, ore 9.00 del mattino.

Omar al Mukhtar ha 73 anni e da dieci non fa altro che combattere, ha un’aria stanca e dignitosa.

Legge il Corano, poi lo richiude come se una visita improvvisa lo avesse interrotto, alza la testa, si toglie gli occhiali.

Il boia fa ciò che deve fare.

Sono oltre 20.000 i libici costretti ad assistere.

 

Intanto il difensore d’ufficio di Omar al Mukhtar, il capitano Roberto Lontano, viene arrestato e condannato a dieci giorni di cella di rigore per aver interpretato con troppo zelo il proprio ruolo.

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